BABYLON BERLIN

Ombre noir sui marciapiedi umidi della Repubblica di Weimar

La scritta, imperiosa e solenne in stile Art Decò, campeggia sullo schermo nei primi secondi di visione: Berlino, 1929. Le coordinate sono impietosamente precise, la Storia inevitabile così come lo sono la miseria, la sofferenza ed il degrado sociale che Gereon Rath (Volker Bruch) osserva con sguardo attento e disincantato. Insieme al suo collega Bruno Wolter (Peter Kurth) insegue tra le pareti ammuffite di promiscui appartamenti popolari, un delinquente di mezza tacca per interrogarlo circa un losco traffico di pornografia, in cui sono coinvolte alte magistrature dello Stato. Contemporaneamente, Rath ripensa alla voce del suo analista che, con tono suadente ma deciso, lo porta a confrontarsi con un trauma mai così personale e mai così diffuso come lo è stato quello del fronte della Grande Guerra. Frattanto, un misterioso treno merci, assaltato e manipolato da spie bolsceviche, si dirige con un carico di sospirata preziosità proprio nella stazione ferroviaria della chiaroscurale città di Berlino.
Comincia così a prendere forma il tessuto narrativo, complesso e sfaccettato, di “Babylon Berlin”, serie televisiva storico-noir di produzione tedesca di cui è ormai imminente la quinta e ultima stagione. Essa ha coinvolto nella sua creazione centri produttivi della nomea di X-Filme Creative Pool, ARD Degeto, Beta Film e SKY, per un budget che, solo nei primi 16 episodi (ma le stagioni sono quattro), ha superato gli oltre 38 milioni di euro. Una cifra record, specie per una produzione con cast, maestranze e scrittori tutti squisitamente europei. Ma qui la magia non è (solo) nella produzione e negli investimenti (che in questo caso si sono messi in piano di parità con quelli di altre serie period drama d’oltreoceano) ma anche e soprattutto nella cura al dettaglio, quasi a rispecchiare l’estetismo che animava la sorprendente (e pericolosa) Repubblica di Weimar, con la sua cultura brillante e decadente. Troviamo infatti una specificità nella ricostruzione del passato che non potrà che fare la felicità di tutti gli appassionati di Storia. Traspare un amore quasi certosino per la ricreazione di scenografie reali, oggetti d’uso quotidiano, vestiti e perfino modi di dire, con la nota di merito di un utilizzo assai limitato della CGI. Ciò è oltretutto seguito da una scelta musicale sapientemente oculata. La colonna sonora originale, completamente orchestrale, può invero concedersi di accompagnare ai toni severi e cupi di violoncelli e pianoforte anche irrefrenabili charleston, tutt’oggi apprezzabili. Questo è naturalmente dovuto al pregevole lavoro di composizione e adattamento dato da artisti del calibro di Nikko Weidemann, già composer di film di successo quali “La sposa turca” (“Gegen die Wand”, di Fatih Akin, Orso d’Oro al Festival di Berlino 2004). Una cosa è certa: alcune note musicali vintage, come “Zu Asche, Zu Staub” o “Ein Tag Wie Gold”, vi entreranno in testa con disarmante facilità.

La minuziosità che ha accompagnato la creazione di questo prodotto è altresì riscontrabile anche nella scrittura dei personaggi e nella sceneggiatura della trama stessa, che si fa forte della solida base narrativa offerta dai romanzi storici di Volker Kutscher, su cui è basata. Le penne dei registi-sceneggiatori di “Babylon Berlin”, Tom Tykwer, Achim von Borries e Henk Handloegten, si dimostrano dunque all’altezza nel creare memorabili psicologie di protagonisti e comprimari. Tra questi spicca l’aitante, audace ma onesta Liv Lisa Fries nel ruolo della intraprendente ragazza di vita Charlotte Ritter. In questi casi si è dinnanzi a veri e propri ritratti umani che rappresentano un autentico valore aggiunto, riuscendo a tenere incollati allo schermo gli spettatori con la semplice, empatica volontà di comprendere come i nostri personaggi reagiranno alle rivelazioni di trama o, meglio ancora, al tragico incedere degli eventi storici. Ed infatti, chiave di volta di questa magnifica cupola narrativa, è proprio la rappresentazione del quinquennio antecedente al Nazismo. Una rappresentazione impietosa, nella denuncia della povertà economica e sociale di un Paese sottomesso dai vincitori; nonché arguta e sensibile nel mostrare il lavorio e l’iniziativa artistico-culturale attivatasi proprio per far fronte a un tale stato di crisi generalizzato. Dopotutto, Bauhaus, Nuova Oggettività ed Espressionismo non potevano nascere in un contesto storico casuale. La maestria della regia è stata qui quella di rendere evidente la fertilità di questo humus culturale con montaggio, dissolvenze e piani sequenza che coniugassero il riferimento all’estetica cinematografica dell’epoca con un accorto sperimentalismo contemporaneo. Tuttavia, un occhio attento non tarderà a scorgere un neo in questo pur magnifico affresco periodizzante: il problema, essenzialmente, risiede nel rapporto che si va a costruire fra trama e rispetto della (accuratissima) cornice storica così sapientemente costruita. Proprio perché gli sceneggiatori hanno più volte rivelato che era loro intenzione creare un prodotto che potesse rivaleggiare con l’appeal della produzione anglosassone, appare evidente come un tallone d’Achille possa riscontrarsi proprio qui. Cioè, nel coniugare la stringente ricostruzione del periodo storico degli anni ’30 del Novecento tedesco con un incedere di trama che, per forza di cose, necessita di più colpi di scena di quanto una solida cornice documentata non permetterebbe di mostrare. Precisamente, queste criticità si mostrano nelle connessioni fra una stagione e l’altra, lì dove il bisogno (anche tecnico) di imprimere una svolta alla trama e far avanzare a tappe forzate i rapporti fra i personaggi talvolta sabota la precisione e l’affidabilità con cui è stata ricostruita l’ambientazione storica. Un peccato, indubbiamente, ma forse reso inevitabile dalla necessità imposta dal mercato dell’entertainment e dalla volontà degli autori di porsi in concorrenza con le produzioni internazionali.

Ma in fin dei conti, le grandi opere sono così: eccezionali nei loro punti di forza, e grandiose perfino nelle loro (evidenti) manchevolezze. Se state cercando un period drama che mescoli con sapienza alchemica spy-story, noir, sentimentalismo e realismo sociale, sedetevi pure, aprite il vostro Berliner Tageblatt e sorseggiate il vostro caffè: un mondo di passioni e intrighi aspetta solo voi, per essere vissuto poco prima che calino le ombre di un sinistro simbolo solare. In Italia, l’intera prima stagione è stata resa disponibile su Sky Atlantic e le successive su Sky One. Dal 9 marzo 2019 viene trasmessa in chiaro da Rai 4. Dunque, siete giusto in tempo per recuperare le quattro stagioni di questa mirabile opera, magari approfittando dei DVD già pubblicati, per poter godere di questo piccolo gioiello, un lavoro complesso, poliedrico e magistralmente realizzato.

Emanuele Nardi

More from Redazione Sul Palco
0 0 voti
Article Rating
Iscriviti
Notificami
guest

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti