“Chainsaw Man” (2022) di Ryu Nakayama e Masato Nakazono
I passi di Denji, nel suo sogno cupo, risuonano come le campane a morto durante un funerale. Il suo respiro di ragazzino delle medie è insolitamente affannoso, lo sguardo spento e disilluso, mentre per vicoli angusti e sudici si avvicina, come in trance, ad una misteriosa porta lercia chiusa a chiave.
Mentre sta per aprirla si sveglia, ma la realtà non è tanto migliore del suo incubo. Lui infatti è uno sfortunato orfano, figlio di un ex-creditore della yakuza giapponese, sperduto in un’anonima cittadina di campagna. Costretto a ripagare l’esorbitante debito di gioco paterno, ed accortosi che vendere i propri organi al mercato nero non è una scelta previdente, Denji decide di diventare un killer di Diavoli a pagamento, utilizzando come arma il suo cagnolino-demone Pochita (con un irresistibile musetto a forma di motosega) al fine di sterminare le orrende creature che infestano il mondo. Ben presto però, Denji scoprirà che nemmeno la sua umile condizione è in verità sicura, e gli avvenimenti lo costringeranno a scegliere. Egli potrà lasciarsi fagocitare da un ambiente feroce, dove la malignità degli uomini è pari a quella dei demoni, oppure potrà combattere con altrettanta furia i Diavoli per la Pubblica Sicurezza giapponese e guadagnarsi così un’onesta paga impiegatizia…
Questo l’incipit di Chainsaw Man, ovvero un viaggio di formazione finemente cesellato e un autentico spettacolo per gli occhi, firmato nel 2022 dalle matite dello studio giapponese MAPPA e dalla sapiente regia di Ryu Nakayama e Masato Nakazono. Molteplici sono i punti di forza di questa serie, alcuni dei quali si possono immediatamente constatare mentre si osservano le stupende animazioni e i suggestivi colori saturi che ne attraversano le scene, dentro e fuori i combattimenti.
Ancor oggi è difficile trovare, su Crunchyroll e Prime Video, delle atmosfere così realisticamente suggestive, oppure delle sequenze così convincenti. Qui la maestria consta di una sapiente abilità di montaggio, ad opera di Teppei Ito, che ha utilizzato astutamente cambi di inquadratura, effetti particellari e giochi di luce per mascherare il trapasso (o la compresenza, a seconda dei casi) di animazione tradizionale e computerizzata. Il risultato è un quadro espressionista sorprendentemente vivido, e costantemente fluido in ogni situazione. Un altro elemento d’eccellenza di quest’anime ènla naturalezza con cui sono stati rappresentati i movimenti dei personaggi, sia nelle circostanze più mondane che nei duelli più feroci: in ogni caso, si riconosce un uso attento del motion capture, adattato alle esigenze estetiche di resa scenica. Allo stesso modo, si è rivelata vincente l’intuizione
di separare, in fase di sviluppo, il lavoro dei Key Animators (col compito di disegnare solo le espressioni e le pose principali dei vari personaggi) da quello dei Layout Artists (che avevano invece l’onere di interpretare visivamente il tutto sulla base di sceneggiatura e storyboar. Ciò ha portato a una utile semplificazione del carico di lavoro e, con ciò, ad un innalzamento del livello di qualità e dettagli.
Ma non sarebbe stato possibile parlare del capolavoro che è Chainsaw Man, se la fine e sistematica
architettura estetica non fosse supportata da solide fondamenta. Queste sono offerte da una trama
compatta e coerente, frutto di una scrittura che adatta intelligentemente il materiale del manga
originale all’interno di una sceneggiatura orientata al citazionismo più sfrenato, ma soprattutto
all’utilizzo eclettico e originale di tecniche narrative eterogenee ben amalgamate. Si origina così
un’armonia della differenza, che nel mondo lirico e brutale di Chainsaw Man rende onore agli
autori e ai generi più disparati. Si va dal montaggio tipico di Eisenstein alla narrativa per immagini
di Tarkovskij, passando per la psicologia neo-gotica del Devilman di Go Nagai fino ad approdare
alla poetica suburbana del primo Quentin Tarantino (qualcuno ha detto Pulp Fiction e Le Iene?).
Guardare quest’anime tratto dal manga d’avventura (shonen) di Tatsuki Fujimoto è come guardare
un quadro impressionista: all’apparenza esso è caotico e scriteriato, ma basta solo ampliare la
propria prospettiva al di là degli (inderogabili) canoni narrativi del genere, per scoprirne la profonda
armonia.
Purtroppo, nemmeno le motoseghe più affilate di Denji possono evitare di smussarsi un po’ in certe
circostanze, e quindi anche il suo anime non è esente da possibili elementi di critica. Il primo può
essere riconosciuto nella musica; dove, a fronte di un pregevole sperimentalismo del direttore
Kensuke Ushio, dato dall’utilizzo di mezzi analogici, si rileva una netta prevalenza dell’elettronica,
spesso con un carattere puramente descrittivo rispetto alla scena in atto. La colonna sonora stessa,
d’altronde, date le tematiche violente ed oscure di cui è intessuta la serie, avrebbe potuto beneficiare
di qualche pezzo rock o punk in più.
Allo stesso modo, l’aspetto truculento, che è chiaramente concepito come un contrafforte
dell’esperienza estetica di Chainsaw Man, è presente in quantità a dir poco generose. Tale
cornucopia di ossa spezzate, sangue a fiumi e interiora spalmate sui pavimenti potrebbe infastidire
anche gli amanti più spassionati dell’action estremo, poiché si imita qui il già rischioso ed
iperbolico modus operandi di un Tarantino o di un Robert Rodriguez. Una scelta sempre d’impatto,
senza dubbio: ma è altrettanto vero che essa può alzare la soglia di sopportabilità visiva di uno
scontro animato ben oltre quella richiesta, ad esempio, da una coreografia elegantemente studiata
alla Zhang Yimou (La Foresta dei Pugnali Volanti). Si sente di sconsigliare quindi la visione a
stomaci deboli o menti facilmente impressionabili.
Nel complesso, tuttavia, non è possibile disconoscere ai registi Nakayama e Nakazono di aver
creato una delle serie animate più singolari, originali e toccanti degli ultimi anni. Un anime in cui si
assiste alla narrazione di un cammino di formazione che, sebbene ricoperto da strati di ferinità
demoniaca e di indifferenza umana, riesce comunque a commuovere lo spettatore con la sincerità
della curiosità di Denji e la sua naturale predisposizione alla scoperta. Una celebrazione
dell’intraprendenza infantile, che è in grado di sopportare e sovvertire anche le più profonde
ingiustizie del mondo, umano come diabolico.
È quindi giunto il momento. È lunedì mattina, le bollette arrivano mercoledì, c’è bisogno di soldi
per zittire quella simpatica canaglia del padrone di casa, che non la smette di starnazzare con
l’affitto e le utenze da pagare. E i Diavoli non si ammazzano mica da soli. È il tempo di indossare il
proprio completo scuro, affilare le proprie armi e partire all’attacco delle tenebre! Con un feroce
sorriso, però.
Massimo Brigandì