Conosci te stesso

Lo “spettacolo sublimante” di Valentina Ghetti, con gli splendidi interpreti formatisi nei suoi Laboratori, è andato in scena il 24 e 25 giugno al Teatro Tordinona

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Valentina Ghetti è attrice dotata di una preziosa, notevole intensità, che in passato avevamo avuto modo di apprezzare sia in qualche ruolo cinematografico che a teatro, per esempio negli spettacoli di Roberta Calandra. Ma già le sue apparizioni in scena lasciavano intuire qualcosa di più. Una carica energetica pronta ad essere trasmessa ad altri o a “risuonare” in qualche altra esperienza creativa. Volendo, proprio a partire dalle “radici spirituali” di una determinata ricerca.

Abbiamo accolto pertanto con sincera curiosità la notizia dei “Laboratori Sublimanti” da lei creati, immaginando da subito che si trattasse di qualcosa di diverso dai tanti corsi teatrali in circolazione, ossia qualcosa che stabilisse un legame molto più profondo tra il background emotivo dei singoli interpreti, la rappresentazione scenica e i ruolo “demiurgico” dell’autore/regista. Su questo metodo, già identificato come Metodo Ghetti (e “debitore” semmai per parte della sua impostazione di alcune delle più rigorose, importanti tradizioni teatrali novecentesche, vedi quella russa), avremo modo di aggiungere qualche traccia più avanti, se possibile. Per ora soffermiamoci sul fatto che il lavoro di alcuni mesi con gli allievi del laboratorio si è concretizzato, coinvolgendo emotivamente anche il pubblico, nello “spettacolo sublimante” andato in scena il 24 e 25 giugno al Teatro Tordinona di Roma: Conosci te stesso.

“Conosci te stesso”, “nosce te ipsum”, “γνῶθι σαυτόν”: riecheggiano in questo titolo le radici stesse della cultura occidentale, le sue origini greco-latine, una filosofia antica che vedremo poi fondersi nel prosieguo dello spettacolo con certe propaggini a noi più vicine nel tempo, su tutte gli interrogativi esistenziali presenti nel teatro di Pirandello.

Come ad amalgamare l’estemporanea parafrasi dei Sei personaggi in cerca d’autore col frutto degli appena menzionati Laboratori Sublimanti, la cornice stessa dello spettacolo, con gli attori che accolgono in platea il pubblico con frasi “propedeutiche” alla visione di ciò che porteranno poi in scena, può persino ricordare la lezione dei Maestri del teatro russo e più in particolare di Evgenij Vachtangov, attento più di altri suoi contemporanei a come può strutturarsi la relazione tra personaggio, interprete e spettatore all’inizio e alla fine di una rappresentazione. Nel gioco instauratosi oltre la quarta parete al Teatro Tordinona, è una frase pronunciata all’ingresso da Walter quella che ci ha maggiormente colpito: “Le piace guardare la vita degli altri?….benvenuto a teatro!

Eccoli quindi gli interpreti: Alessandra Paolucci, Bruno Iaria, Giusy Balzani, Luca Raimondi, Sabrina Milea e per l’appunto Walter Virga. Fino a pochi mesi prima non si erano mai interfacciati sul palco col pubblico. Ma a questo punto vale forse la pena introdurre alcuni tratti specifici dei Laboratori Sublimanti.

Certo, il “bignamino” in questione lascia il tempo che trova e ci ripromettiamo di tornare sul discorso, in qualche altro articolo, coinvolgendo l’autrice stessa nella descrizione del processo. Ma per quello lei che ci ha potuto finora anticipare i partecipanti all’intenso laboratorio sono invitati a partire da esperienze di vita emotivamente forti, traumatiche o meno, che vengono poi rielaborate in una forma inedita, fuse con altri racconti, con altri archetipi: sin dall’inizio Valentina Ghetti raccoglie tali storie, le rielabora assieme a loro, le assembla. Vi è quindi un rapporto diretto, “bilaterale” con ciascun partecipante, ma poi necessariamente un lavoro collettivo, un confronto, che conduce infine alla loro interazione in scena.

Riassumere qui con dovizia di particolari le loro storie darebbe probabilmente, in primis al cronista, l’impressione di “sciuparle”, di minimizzarne la portata emotiva. Può forse bastare, rapsodicamente, qualche rapido cenno. E così possiamo presentarvi al volo Alessandra (Paolucci) a.k.a. Arianna, persa nel labirinto delle proprie esperienze famigliari e sentimentali, tra modernità e Mito. Dopo di lei una folata di glaciale (da intendersi letteralmente) comicità con Bruno (laria), ovvero “stocastico de freddo”, pezzo quasi da stand-up comedian. Il “mood” diventa infinitamente più cupo quando appare in scena Luca “Edmond” Raimondi, immerso in una narrazione che allude a prigioni fisiche, finendo per descrivere benissimo anche le prigioni mentali. “Le età di Lulù” sono invece quelle di Giusy (Balzani): dalla nascita, alla soterica presenza iniziale di un gemello, al faticoso rapporto coi genitori, alle prime relazioni, alle agrodolci sorprese che riserva la vita. Con un accento spagnolo a cesellare il sottile confine tra farsa, tragedia e commedia romantica. “Alice nel paese delle meraviglie” è invece il classico sul cui canovaccio Sabrina Milea ricostruisce il proprio percorso esistenziale, a ridosso del cubo di una discoteca, tra improbabili incontri amorosi, scoperte lisergiche e brutte operazioni raccontate con provvidenziale ironia. L’apparizione più folgorante è comunque quella del già menzionato Walter Virga, che ci aveva inizialmente accolto in sala, capace di passare con disinvoltura da un tono all’altro, il cui Faust dalla brusca sterzata verso l’idioma siculo accompagna il pubblico attraverso altre tostissime esperienze personali, che conducono dirette a un “rituale”, in cui si fa nuovamente apprezzare l’ascendente pirandelliano dell’intera rappresentazione. Semplice e funzionale, con tanto di impronta “cubista” nello sketch da discoteca precedentemente citato, la scena sa come accogliere e valorizzare tutte le loro storie, sapientemente intrecciate tra loro da Valentina Ghetti.

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