In anteprima mondiale – ed in concorso – alla 28ma edizione del Far East Film Festival, la regista filippina Irene Villamor ha presentato, con Midnight Girls, un’opera interessante che, intrecciando finzione e reali testimonianze di lavoratrici filippine per Omise, racconta l’umanità dietro i sorrisi stampati delle ragazze dei pinoy bar, testimoniando episodi di abuso e mancanza di rispetto verso un lavoro ritenuto immorale, che alimenta un vero stigma sociale e la vergogna da parte delle stesse famiglie.

Dall’arrivo in terra giapponese tramite un finto matrimonio, le ragazze vengono subito portate a lavorare come intrattenitrici in omise, per ripagare i costi della transazione e poter aiutare i propri cari rimasti nelle Filippine ad avere una vita migliore; la Villamor ci narra le storie di quattro di loro, Vicky (Jodi Sta. Maria), Paris (Sanya Lopez), Saki (Jane Oineza) e la giovane Wanna (Loisa Andalo), cugina di Vicky appena arrivata a Nagoya. La Villamor collega così la prima ondata di lavoratrici emigrate in Giappone ad una rappresentazione più contemporanea e concreta delle donne impiegate nei club, esplorandone altresì le difficoltà di adattamento in un contesto culturale straniero e distante, la lora fatica, le piccole gioie, la vulnerabilità di essere lontane da casa per poter permettere alle rispettive famiglie di avere un futuro diverso.

Le migrazioni filippine in Giappone hanno una lunga storia, ma la politica di migrazione di massa del Presidente Marcos a metà anni Settanta, volta ad arginare le difficoltà economiche del Paese, ne ha intensificato significativamente i numeri. Ad arrivare in Giappone sono soprattutto donne, come badanti o intrattenitrici nei pinoy bar e nelle omise. Per queste ultime, ben presto si iniziò a utilizzare il termine japayuki, ad indicare hostess di bar, ballerine da nightclub, spogliarelliste e prostitute. La Villamor, attraverso le testimonianze di vere intrattenitrici per omise e le storie delle sue protagoniste, romanzate ma che affondano le radici nella vita vera, mostra allo spettatore il mondo dietro i lustrini e la musica, la donna dietro la performer, con i propri sogni ed aspirazioni, gli amori negati o impossibili, la sofferenza dietro il sorriso, ma soprattutto la forza e la determinazione a non cedere alla fatica per se stesse e per i propri cari lontani.
Midnight girls ha toni leggeri ed un ritmo a due tempi, districandosi tra fiction e documentario; ha una bella fotografia ed una musica coinvolgente (di Len Calvo), che mette in risalto le luci di un mondo scintillante all’apparenza puntualizzandone le ombre laddove le protagoniste si mettono infine a nudo con se stesse, confrontandosi, trovando nella loro sorellanza la forza di affrontare una vita che, forse, non era quella che avrebbero desiderato, o di cambiarla, se necessario.
Michela Aloisi
