
Autori: Massimo Battisaldo, Paolo Margini
Editore: VJ Edizioni
Anno edizione: 2025
Pagine: 390 p., brossura
Trama: Romanzo della realtà, Decennio Rosso mostra i cosiddetti “anni di piombo” dal punto di vista di chi compì la scelta comunista e rivoluzionaria della lotta armata per alzare il livello di scontro con le istituzioni passando dal movimentismo alle organizzazioni combattenti, con l’idea di cambiare la storia d’Italia, sogno rischioso e alla fine dissolto, ma che dopo essersi elevato perdurò a lungo prima di decadere, perché comunque radicato nel tessuto sociale dell’epoca. In tal senso Decennio Rosso non è un romanzo cupo, di pentimento e di dolore ma attraverso le vicissitudini di Sofia e di Elio si rivela un racconto carico di umanità e speranza che mostra come una moltitudine di giovani animati da proposte culturali e politiche innovative e originali, pur se frazionata in mille gruppi, sia riuscita a emergere all’improvviso ponendosi con grande autorità al centro della società.
Chi scrive deve ammettere di essersi accostato a questo romanzo, originariamente datato 2013 e ri-edito nel 2025 per i tipi di VJ Edizioni, per puro caso. L’occasione fu data da una conversazione carpita casualmente un paio di mesi fa fuori da un locale – da me spesso frequentato negli ultimi tempi – ovvero il Circolo Arci Arcobaleno di Roma: si era appena conclusa una proiezione cinematografica, e il gestore dell’associazione stava parlando col pubblico di un incontro che si sarebbe tenuto l’indomani nella stessa sede; una presentazione di un libro scritto da due ex militanti di formazioni armate appartenenti alla sinistra extraparlamentare degli anni ‘70. Nonostante la stanchezza generale di quei giorni, e nonostante i tanti impegni concomitanti, le orecchie si sono subito drizzate: quel decennio, il Decennio rosso del titolo, sul sottoscritto esercita infatti, da sempre, una forte fascinazione; anche (e forse soprattutto) nei suoi aspetti più conflittuali e (non di rado) violenti. Tornavo quindi lì il giorno dopo: guarda caso era il 31 ottobre 2025, il giorno di Halloween – una ricorrenza in cui, mentre il grosso della gente celebra un rito collettivo che ha tra le sue componenti l’atto di mascherarsi, due persone che avevano vissuto direttamente una pagina di storia drammatica (e a sua volta piena di “fantasmi”), in controtendenza si mettevano davanti al pubblico svelando se stesse. Quelle due persone, Massimo Battisaldo e Paolo Margini (introdotti nell’occasione da Giuseppe Costigliola, giornalista, traduttore, critico letterario e saggista) erano gli autori di questo romanzo: il primo era presente concretamente davanti al pubblico del locale romano, il secondo in videocollegamento. Entrambi militanti della galassia rivoluzionaria milanese degli anni ‘70, quella però esterna alle Brigate Rosse, forse meno nota alla pubblicistica contemporanea e successiva: rispettivamente Formazioni Comuniste Combattenti e Prima Linea, due gruppi che per un certo periodo – lo racconta il libro stesso, storicamente accurato e contestualizzato – si fusero in un’unica entità.

Ho fatto questa lunga premessa – che mi vede anche usare la prima persona, cosa per il sottoscritto rarissima, almeno negli articoli – per contestualizzare a mia volta il mio incontro con questo romanzo, ma anche per rimarcare una sua caratteristica: la stessa urgenza – tutta umana – di raccontare e raccontarsi, e la stessa voglia di decostruire una narrazione popolare a tutt’oggi incompleta e superficiale su quegli anni, quella stessa necessità che emergeva dalle parole dei due autori durante l’incontro, la si ritrova intatta durante la lettura di Decennio rosso. Si tratta di una caratteristica forse non strettamente legata al valore “letterario” del romanzo, e che però lo condiziona: ed è interessante innanzitutto che i due autori abbiano scelto (per una volta) proprio questa forma per narrare quel periodo, spesso descritto piuttosto tramite la saggistica e/o il memoir personale – da entrambe le parti di quella barricata che si era eretta in quegli anni, tra i rappresentanti del potere e chi voleva rovesciarlo (anche) con le armi. La scelta della forma-romanzo, per Decennio rosso (che in realtà, come raccontano gli autori, nasceva nel 1999 come soggetto cinematografico, per prendere solo molti anni dopo la forma letteraria) da una parte spezza il monopolio di uno sguardo inevitabilmente distante ed esclusivamente “teorico” su quegli anni, incapace di renderne – come appunto avrebbe potuto fare il cinema – la carne viva e le emozioni che lo animarono; dall’altra avvicina il lettore con una notevole scorrevolezza, favorita anche dalla forma ariosa della scrittura (la divisione in capitoli e paragrafi fa molto, in questo senso) e da un ritmo narrativo che sa ben rendere i tumultuosi eventi che vuole raccontare.

Ambientato prevalentemente tra Milano e Sesto San Giovanni, in un arco di tempo che va dal 1974 al 1984, Decennio rosso vede una narrazione polifonica, che si concentra però principalmente su due personaggi: da una parte Sofia Vallecchi, giovane impiegata della Magneti Marelli di Sesto, battagliera militante del sindacato di base che presto si avvicina a Prima Linea; dall’altra Elio Macugnaga – divenuto principale “voce narrante”, idealmente seppur non in prima persona, nella seconda parte del libro – figlio di un partigiano e militante delle FCC, che presto si lega a Sofia in un rapporto che unisce perfettamente (come si usava dire in quegli anni) “il personale e il politico”. Nella presentazione – oltre che nelle note del libro stesso – gli autori spiegano che il personaggio di Sofia, insieme a quello di un capitano dei carabinieri che ha un ruolo importante nella seconda parte, sono gli unici totalmente fittizi del romanzo; mentre tutti gli altri (compreso lo stesso Elio, “alter ego” letterario di Battisaldo) sono ispirati più o meno direttamente a figure realmente operanti in quel periodo, perlopiù direttamente conosciute, quando non proprio incarnate, dagli stessi autori. Proprio questo innesto della componente “fiction” – inevitabile sia per esigenze di chiarezza narrativa (il capitano, per esempio, si fa testimone di alcuni eventi e retroscena che si voleva evidenziare in modo diretto e fluido) sia per mettere più facilmente in luce lo sguardo femminile, e la componente da romance, portati dal personaggio di Sofia – era forse quello che presentava le maggiori insidie per la tenuta narrativa (e la credibilità) del tutto: ma va detto che Battisaldo e Margini hanno gestito la mescolanza dei piani complessivamente bene, riproducendo anche nell’”informalità” dei dialoghi che vedono protagonisti Elio e Sofia tutta l’immediatezza e il clima intimo e quotidiano (nonostante il peso delle azioni in cui ci si era imbarcati) che caratterizzava le interazioni tra i protagonisti di quegli anni.

Nelle sue intenzioni dichiarate, Decennio rosso punta a rendere, prima di ogni altra cosa, proprio questo: la dimensione umana e tangibilmente vicina del vissuto di chi fece scelte drammatiche, col senno di poi certamente disastrose negli esiti, ma compiute nondimeno con in mente un preciso progetto da perseguire; un progetto che nasceva in risposta a condizioni storiche, materiali e sociali altrettanto drammatiche, all’azione di un potere che non nascondeva neanche più la sua violenza, nonché sull’onda lunga di energie ideali, visioni di società e istanze di trasformazione, che da almeno un decennio stavano attraversando la società occidentale nel suo complesso. In questo senso, il romanzo di Battisaldo e Margini non cerca né l’autoassoluzione, né l’”espiazione” scritta delle azioni violente – comprese quelle più tragiche – a cui i due autori presero parte: la scelta è piuttosto quella di narrare quegli anni attraverso il proprio punto di vista, di “avvicinare” il lettore raccontando le vicende di militanti che – in contrasto alla dedizione esclusiva e “monastica” alla causa rivoluzionaria che contrassegnava altri gruppi – non rinunciavano a vivere amori, amicizie, tensioni, scazzi e risentimenti personali, come qualsiasi venti-venticinquenne di quegli anni. La decostruzione di cui si parlava sopra, ovvero il ricondurre alla dimensione umana, vicina e immediatamente comprensibile, il vissuto e le azioni di individui normalmente considerati “alieni” (quando non mostri) è proprio la conditio sine qua non perché davvero ci sia un’assunzione di responsabilità: per criticare, retrospettivamente, le cose che ho fatto, devo innanzitutto essere riconosciuto come soggetto portatore di una sua agency – sembra essere questa la posizione (di nuovo personale e politica insieme) che gli autori assumono sul loro passato. Una posizione ben riassunta dalla deposizione processuale – in parte citata anche nel risvolto di copertina – del personaggio di Rick, alter ego della figura reale dell’ex militante di Prima Linea Enrico Galmozzi.

I critici letterari “puristi” – ammesso che qualcuno di loro si avvicini per qualsiasi motivo a un romanzo come questo – storceranno probabilmente il naso di fronte alla prosa grezza e senza fronzoli di Decennio rosso, alle scelte stilistiche spesso ai limiti dell’informalità, a modalità narrative che possono apparire come poco “letterarie” (qualsiasi cosa ciò voglia dire) quali il discorso diretto a più personaggi, reso proprio come in una sceneggiatura (semplicemente col nome del personaggio e i due punti a introdurre la linea di dialogo). Non manca qua e là qualche refuso, forse portato dietro dalle precedente edizioni (questa, targata VJ, è la terza, mentre la prima, che portava il marchio Paginauno, era datata 2013), ma poco importa: si sta parlando di un prodotto che vuole essere innanzitutto testimonianza “viva” e partecipata, e in questo senso le imperfezioni fanno parte del gioco, oltre a contribuire – se guardate nella giusta prospettiva – a quell’avvicinamento al lettore che il romanzo evidentemente persegue. L’edizione VJ è impreziosita, comunque, dagli indispensabili interventi in apertura di Davide Steccanella – scrittore, saggista e avvocato, molto attivo come penalista in quegli anni –, di Nazario Agostini, a sua volta avvocato, e di Francesco di Maggio, utili a introdurre l’opera e a fornire un quadro di massima del momento storico narrato, delle vicende personali degli autori, e del successivo periodo in cui il romanzo fu concepito. A chiudere, invece, l’appendice inedita L’anello mancante – excursus storico e topografico sulla località di Sesto San Giovanni, “la Stalingrado d’Italia” – e il saggio anch’esso inedito (ma stavolta recentissimo) La rivoluzione sul pianeta sbagliato: un confronto, elaborato dagli stessi autori, tra ieri e oggi, la ricerca di un fil rouge nelle lotte, e una riflessione sulla possibilità o meno di immaginare, oggi, un altro tipo di rivoluzione. Possibilmente senza i lutti che hanno contrassegnato, da ambo le parti, quella tentata cinquant’anni fa. Una domanda ovviamente priva di risposta, ma più che mai urgente da (continuare a) formulare.
Marco Minniti

