“El Jockey” di Luis Ortega

Un terremoto estetico direttamente dall'Argentina

.

Luis Ortega, cineasta argentino che aveva esordito giovanissimo con Caja negra (2022), non è nuovo alla realizzazione di opere che creano fratture e piccoli sconquassi nell’immaginario cinematografico. Di lui si può ricordare ad esempio L’angelo del crimine (El ángel, 2018), anomalo ritratto di serial killer ispirato a fatti realmente accaduti che gioca con l’ambiguità sessuale, col ribaltamento della più classica prospettiva “lombrosiana” (il protagonista, Carlos, nonostante quella sua “faccia d’angelo” che esercita spesso un richiamo seduttivo sugli altri, è un criminale che non si fa molti scrupoli, cedendo regolarmente alle proprie pulsioni) e con la riconfigurazione di altri stereotipi del genere di riferimento.

Ma è grazie al più recente El Jockey passato anche a Venezia che il suo cinema ha spiccato definitivamente il volo, producendo un vero e proprio terremoto estetico.

Distribuito nelle sale italiane a partire dal 17 luglio, El Jockey sublima esasperandole alcune tendenze già presenti nel cinema dell’autore: la fluidità di genere, le inquadrature di marca iper-realistica con la camera fissa, i siparietti musicali in cui la danza gioca un ruolo importante.

Al centro del racconto, intriso di risonanze karmiche, vi è la tormentata esistenza di Remo Manfredini, leggendario fantino dal passato controverso e dall’incerto destino. Le sue continue trasformazioni, esasperate da un incidente in gara, riguardano sia il piano fisico che quello spirituale e sono rese con un magnetismo raro da Nahuel Pérez Biscayart, attore già messosi in luce più volte e premiato anche ai César 2018 come Miglior promessa maschile, per la sua interpretazione nel film 120 battiti al minuto.

Attorno a lui si muove un’intera galleria di personaggi eccentrici, bizzarri, paradossali, tra cui l’enigmatica fidanzata Abril fiera di esibire la propria bisessualità, quel misterioso e baffuto cowboy che pare uscito da una fantasia di David Lynch e soprattutto il caricaturale boss Sirena, circondato da tirapiedi non meno sfasati di lui.

Lo spartiacque della rapsodica narrazione è per l’appunto il devastante incidente cui va incontro Remo Manfredini a cavallo di Mishima, purosangue appena arrivato dal Giappone il cui nome è tutto un programma. Da quel momento in poi l’impronta androgina del personaggio di Manfredini deflagra dando vita a quelle continue mutazioni, il cui retrogusto “almodovariano” ha esiti il più delle volte sconcertanti, inattesi. Ed è anche l’estetica del film a ibridarsi di continuo, accogliendo al suo interno istanze da cinema “queer”, avvincenti apologhi esistenziali e uno “humour” a tratti irresistibile.

Cosa ha quindi di così godibile, innovativo e persino sconvolgente un film come El Jockey? Innanzitutto il suo trasfigurare gli orizzonti culturali di una società sempre più fluida e incline al post-moderno, giocando anche con l’identità sessuale dei personaggi, senza propinare però sermoni tendenti all’inclusività, paternali sovraccariche di “androfobia” e altra paccottiglia ideologica a buon mercato. Il tono è semmai brillante, sornione, tagliente, circense, ironico. Il surreale domina molte delle situazioni che si susseguono sullo schermo. E se specialmente le scene raffiguranti uno stralunato balletto o comunque un momento musicale (a proposito: strepitosa e cangiante la colonna sonora) possono richiamare Aki Kaurismäki, c’è un ulteriore chicca da tener presente. La fotografia del film è proprio di Timo Salminen, collaboratore storico del geniaccio finlandese.

Written By
More from Stefano Coccia
ESISTENZA ZERO di Matteo Scarfò
Proiezione speciale con il cast in programma a Roma il 3 dicembre...
Read More
0 0 voti
Article Rating
Iscriviti
Notificami
guest

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti