Verso metà giugno la redazione di Sul Palco aveva dato notizia di una mostra davvero promettente e suggestiva, almeno sulla carta, che sarebbe stata inaugurata il 24/6/2026, presso uno spazio che parimenti ci incuriosiva molto, quella Bibliothè Art Gallery situata in Via Celsa 4/5, nel cuore di Roma: “Labirinti”, l’evocativo titolo della mostra, con esposte alcune recenti opere degli artisti cechi Rafael Smet e Marek Starosta.
Purtroppo, per la concomitanza di altri impegni, non ci è stato possibile essere presenti all’inaugurazione. Ma grazie alla disponibilità e alla cortesia della curatrice Susanna Horvatovicova, la quale lo scorso 15 luglio e cioè a pochi giorni dal termine dell’esposizione ci ha fatto personalmente da guida, ci siamo fatti incantare sia da uno spazio carico di suggestioni come Bibliothè, sia dall’interessante percorso creativo dei due artisti attivi a Praga. Ancora più “magica”, grazie a loro. Ne è nata, quasi conseguentemente, questa intensa intervista con la stessa Horvatovicova.

Da curatrice della mostra svoltasi tra giugno e luglio del 2026 presso la Bibliothè Art Gallery di Roma, come è avvenuto l’incontro tra te, Susanna, e i due giovani artisti cechi presentati per l’occasione in Italia, Rafael Smet e Marek Starosta?
La mostra Labirinti da me curata a Roma è il risultato di una prolungata conoscenza con Rafael Smet e Marek Starosta durante il loro corso di studi triennali all’accademia privata d’arte e design a Praga (Art & Design Institut ADI) dove lavoro da lungo tempo e dove mi ha colpito vedere le loro opere. Per ambedue ho organizzato la prima mostra nel 2024 presso la IN Gallery di Praga e poi una seconda esposizione nel 2025 nel foyer del teatro Rockopera sempre a Praga. Posso proprio dire di averli lanciati nel mondo dell’arte e delle gallerie e di essere diventata una curatrice talent scout di artisti giovanissimi. Mi piace pensare che aiuti i giovani artisti ad emergere e a mostrare al pubblico il loro talento.
Ci potresti parlare brevemente delle loro due opere esposte nella mostra Labirinti e di cosa ti suggerisce a livello creativo tale accostamento, visti anche i due differenti approcci estetici dei due pittori cechi?
Il titolo della mostra Labirinti si è ispirato al grande quadro di quasi due metri di Marek Starosta. Questo ricorda un labirinto composto da spesse pennellate di colore rosso e rosa che vorticano e si intrecciano come in una ragnatela sopra una lapide bianca seminascosta sul fondo. La mostra Labirinti presenta un ciclo di disegni e il dipinto di Starosta come un “work in progress” in cui il giovane artista praghese è passato gradualmente dal figurativismo all’astrazione che ricorda l’espressionismo astratto e gestuale di Jackson Pollock. La mostra presenta una doppia personale: Marek Starosta e di Rafael Smet, due artisti diversi per stile e temperamento che hanno trovato nel rispetto reciproco e nel dialogo reciproco nel loro comune atelier a Praga una grande sinergia. Se Marek arriva all’opera finale e alla visione di insieme del quadro dopo diversi tentativi e studi preparatori, Rafael parte subito da un’idea e da una visione d’insieme che porta a termine con una tecnica pittorica creando quadri realistici, a volte iperrealistici vicini all’immagine fotografica.

Cosa puoi dirci invece del luogo scelto per la mostra ceca la Bibliothè Art Gallery?
Sono lunghi anni che conosco e collaboro con l’artista Enzo Barchi, responsabile di Bibliothè, una associazione che ospita una biblioteca e un piccolo spazio espositivo – Bibliothè Art Gallery, e accanto un ristorante e un cortile interno. Amo questo luogo ameno situato nel cuore di Roma, accanto i resti di colonne romane e di un antico tempio dedicato alle ninfe che accoglie ogni anno tante mostre d’arte, ma anche incontri di lettura e conferenze dedicate sopratutto all’induismo e alla promozione di culture e religioni orientali. Il clima multietnico di Bibliothè crea una atmosfera particolare, direi spirituale, che valorizza le opere meditative e riflessive di Smet e Starosta.

Sul percorso creativo già così ricco ed in continua evoluzione, nonostante la giovane età, del pittore praghese Marek Starosta, cosa vorresti innanzitutto sottolineare?
Ciò che vorrei sottolineare di Marek Starosta è la sua curiosità e capacità di sperimentare e allo stesso tempo di seguire il mestiere del pittore e concentrarsi su nuove tecniche pittoriche. Marek è molto giovane e ama buttarsi con determinazione nelle cose. Il suo modo di dipingere è intuitivo piuttosto che progettuale, opposto alla meticolosa progettazione di Smet. Ogni opera di Marek prosegue il discorso e il tema del lavoro precedente con fare fabulatorio e narrativo. Così sono nati i suoi primi cicli di paesaggi con figure umane o manichini robotici, autoritratti a volte umoristici, a volte più introspettivi che ricordano i manichini di Giorgio De Chirico. Per la mostra ho scelto un ciclo di lavori più recenti in cui la gestualità dell’artista prende il sopravvento e assume una forza di impatto forte e sanguigna che richiama la sensazione di crudezza o crudeltà della carne lacerata nelle figure deformate e chiuse nelle gabbie del pittore espressionista di Francis Bacon. Ciò che vorrei sottolineare è come in questo Marek, dalla precisione del tratto preciso dei suoi disegni preparatori esposti con il punto, il tratto e la linea, in cui ha rappresentato le tombe in pietra di un cimitero praghese, sia passato ad una pittura gestuale, astratta e libera da qualsiasi canone compositivo impartito nell’atelier di disegno, in cui quest’anno sta finendo gli studi magistrali. Il quadro è il risultato di lunghi studi preparatori a penna e inchiostro realizzati nel 2025 durante il corso invernale di disegno e di pittura presso l’Università di Plzeňin Boemia.
Marek Starosta presenta qui sia il quadro di quasi due metri “Ricerca e abbandono del presente concreto”, che alcuni disegni preparatori… come possiamo mettere in relazione questi due diversi stadi del suo lavoro?
Il quadro ad acrilico Ricerca e abbandono del presente concreto è il lavoro finale di un ciclo di disegni preparatori a penna e a china composti per l’atelier di disegno a Plzeň. Per diversi mesi Marek ha disegnato lapidi, tombe e un altare con una Pietà cimiteriale, con precisione metodica ha riprodotto gli oggetti da diversi punti di vista secondo i principi della prospettiva lineare, finché un giorno ha cambiato stile. Si è posto il problema di come rappresentare l’oggetto rappresentato insieme allo spazio attorno e se stesso come un vero futurista, così ha ritratto se stesso nel quadro in movimento; ha dipinto sulla tela il movimento del suo corpo mentre dipingeva per terra, come nei dripping di Jackson Pollock. Così il pittore Marek Starosta è entrato dentro nel suo quadro. Marek si è concentrato sul processo creativo dipingendo se stesso nella tela mentre dipingeva con sciabolate spesse di colore rosso e rosa, rappresentando il gesto del dipingere col colore senza figura umana e lasciando sullo sfondo il marmo bianco della lapide dei disegni preparatori. Le pennellate di colore hanno ridotto lo spazio tra l’oggetto rappresentato – la tomba e l’autore, soffocato nella ragnatela di colore, una matassa che richiama le vene pulsanti rosso sangue. Il gioco filosofico metalinguistico di Wittgenstein è qui superato dalla pura espressione pittorica, dall’intensità della pittura gestuale color carne che sembra sondare il corpo umano e il presente concreto.

Cosa puoi dirci invece dell’opera unica di Rafael Smet qui esposta, “Rûq”, che ci risulta far parte di un intero ciclo pittorico realizzato nel 2026?
Rafael Smet ha un metodo di lavoro deduttivo opposto a quello di Marek, preferisce fare progetti a lungo termine e concentrarsi su un motivo pittorico alla volta di cui sviscera ogni possibile variante. Sicuramente Smet e Starosta appartengono alla cosidetta digital generation, cresciuta con i videogiochi e i film d’animazione, con il cellulare e le immagini digitali. Il formato e il colore artificiale caratterizzano così i paesaggi artificiali di Rafael, ambientati in un mondo misterioso e alieno. Per la mostra Labirinti ho scelto un solo grande dipinto dell’ultimo ciclo realizzato nel 2026 con un particolare pigmento francese di colore bianco gesso e uno verde chiaro. L’intero ciclo rappresenta una serie di paesaggi montuosi in cui emergono architetture funzionaliste che mantengono tutti la stessa tonalità luminosa bianca e verde. Ogni quadro sembra uscire dalle scene del film Odissea nello spazio diretto da Stanley Kubrick o tratte da un telefilm di fantascienza. Nel paesaggio gli oggetti sono ingranditi o rimpiccioliti allo stesso modo dello zoom di una cinepresa in un film. Nella mostra a Bibliothè Art Gallery ho presentato il quadro Rûq. Il titolo dell’opera rimanda alle tre lettere di una scrittura misteriosa del passato o di un mondo parallelo ma oggi indecifrabile come nell’antica Mesopotamia. Le tre lettere R – U – Q sono dipinte su una lapide bianca nascosta tra pietre verdastre sulle pendici di un monte ignoto senza presenza umana. Il paesaggio è avvolto in una luce bianco opaca, innaturale ed evanescente. La luce illumina dall’alto la tomba come su un altare di una chiesa e crea un alone di mistero. Questo ciclo pittorico ha già avuto un grande successo, oltre che a Roma è stato esposto in Belgio e presto andrà in Giappone.

Per finire, nei trascorsi di Rafael Smet pare esserci un particolare interesse creativo, dagli altrettanto intriganti risvolti pratici e artigianali, riguardante il mondo degli acquari… puoi raccontarci qualcosa a riguardo?
Rafael Smet è un appassionato di Aquascaping, uno hobby o disciplina domestica per creare i fondali degli acquari con speciali rocce, piante e radici disposte con cura meticolosa al fine di riprodurre variopinti fondali marini dei grandi oceani. Certo in un paese come la Repubblica Ceca, in cui non è presente il mare, questo hobby può diventare una passione o un vero e proprio lavoro, come è accaduto a Rafael. Durante i suoi studi accademici il pittore ha iniziato a dipingere i primi paesaggi ispirati all’Aquascaping. Incredibile è la fantasia del giovane artista ceco che ha reso irriconoscibili i fondali degli acquari trasformandoli in paesaggi lunari. Sulla tela ha ingigantito le rocce dei fondali marini creando radici-albero, foreste esotiche perdute, illuminate da una luce artificiale, lande vegetali desolate in cui emergono pochi oggetti incongrui e inaspettati, come gli origami giapponesi. I dipinti surreali richiamano pianeti sconosciuti senza la presenza umana o di acqua e pesci, sono piuttosto mondi alieni in cui le piante si modificano da micro-organismi a tecno-organismi evoluti, simili al mondo dei tecnodroidi illustrato nei fumetti di fantascienza di Nathan Never. Dal punto di vista estetico ciò che apprezzo di più nelle tele ad olio ed acrilico di Rafael Smet è la combinazione di precisione ed immaginazione con cui costruisce quadro dopo quadro un vero e proprio mondo fantascientifico, poetico e surreale, come sul set di un film di Kubrick, senza rinunciare al mestiere del pittore e alla corposità tangibile della materia pittorica.

Marek Starosta (Praga, 1999)ha terminato il triennio nell’atelier di pittura dell’Art & Design Institut di Praga nel 2024. Sta concludendo ora gli studi magistrali presso la Facoltà di Design e Arte dell’Università Ladislav Sutnar di Plzeň. Partecipa periodicamente alle mostre collettive organizzate presso la Schola Humanitas a Litvínov. Tra il 2024 e il 2025 ha preso parte alle mostre collettive presso la Galleria Kritiků, IN Gallery e Rockopera di Praga.
Rafael Smet (Nymburk, 2000) ha concluso il corso di studi triennali nell’atelier di pittura dell’Art & Design Institut nel 2024 e sta seguendo corsi di arte, pittura e disegno presso il centro Scholastika e l’Accademia AVU di Praga. Ha partecipato a diverse mostre collettive presso la Schola Humanitas a Litvínov, la Galleria Kritiků, IN Gallery e Rockopera di Praga, e una in Belgio grazie ad una residenza artistica avuta a Brussels nel 2023. Nel 2025 ha inaugurato una mostra personale nello spazio Dimenze Výtoň a Praga e da poco ha vinto un’Open Call per una mostra a Tokyo.

