Abbiamo incontrato al Teatrosophia di Roma la protagonista di “Opera Pia”, uno spettacolo scomodo sul tema della solitudine. Tra le tante domande non poteva mancare quella su Gigi Proietti.
Loredana Piedimonte, formatasi al Laboratorio di Arti Sceniche diretto da GIgi Proietti, ha lavorato in spettacoli celebri al fianco dell’indimenticabile Mandrake, tra cui “Cavalli di Battaglia” e “La Signora delle Camelie” (esilarante la scena de “Il suggeritore”). La sua carriera spazia tra tv e cinema ma è nel teatro che ha trovato la sua casa. L’intensità recitativa e la capacità poliedrica di essere convincente in qualsiasi ruolo sono le sue note distintive.

Sono anni che porta in scena “Opera Pia”. Cosa vuole che arrivi al pubblico del monologo scritto da Gianfranco Vergoni e diretto da Nicola Pistoia?
Quello che mi interessa venga percepito è il vuoto scaturito dalle nostre solitudini, di come ci si possa sentire “fuori dal mondo” quando si è delusi dalla vita.
Quale il trait d’ union e quale il punto di rottura tra il mondo occidentale di Pia e quello africano di Inoussa?
Il trait d’union sta nella voglia di rivalsa, nel sogno condiviso, anche se per motivi diversi, di una vita migliore. La rottura, invece, è nel modo di definire tre cose: l’individuo, la famiglia e lo scopo della relazione.
Giocando sui nomi, quanto Pia è compassionevole con Inoussa e in che misura Inoussa risulta essere un dono per Pia?
Pia è molto compassionevole perché in lui si rivede. Aiutarlo è come aiutare sè stessa. Inoussa è un dono perché rappresenta per lei la speranza di credere in qualcosa.

Riesce a passare dal registro drammatico a quello più brillante con disinvoltura, ma quale è più adatto alla sua natura?
Amo molto il mio lavoro e sono versatile. Adoro sentire il pubblico che si diverte ma, se dovessi scegliere, forse tenderei più verso un registro drammatico, affrontando personaggi che siano il mio opposto perché mi stimola giocare sui contrasti.
Quando ha capito che avrebbe fatto l’attrice nella vita?
Ho iniziato per gioco a 17 anni perché avevo un problema serio con la timidezza. Mi ritrovai a recitare in una compagnia amatoriale per superare questo limite. Mi sono accorta che ero a mio agio sul palco, ma la decisione di tramutarlo in professione è arrivata dopo. Lavoravo già a Napoli con delle compagnie semi professioniste e mi capitò l’occasione di fare il provino alla scuola di Gigi Proietti. L’afferrai al volo. Dovevo solo tirare fuori quel desiderio e realizzarlo.
Che insegnamento conserva di Gigi Proietti? Un aneddoto che ci fa capire il vostro rapporto?
Ci vorrebbero un paio d’ore per poter parlare di Gigi, un uomo che ha realizzato il mio sogno e per cui provo una gratitudine infinita. La cosa che sicuramente mi ha insegnato è la generosità. Gigi era un grande artista, che non si risparmiava e lasciava spazio a tutti. Le persone veramente grandi sanno accogliere e comprendere. Una sera in una delle tante cene, mentre gli stavo raccontando della mia vita, mi disse: “Mi fa piacere se mi consideri un amico”. La sua stima e affetto mi hanno sempre riempito il cuore di gioia.
Come i vari corsi da giocoliere circense, mimo e quello di commedia dell’arte e acrobatica l’hanno aiutata a tenere lo spazio scenico?
Ho sempre cercato di studiare discipline che mi supportassero. Gli stage di acrobazie circensi al laboratorio e mimo con Lebreton sono stati fondamentali ma è la danza che mi ha insegnato disciplina e consapevolezza, oltre al controllo del corpo.
Dove pensa che può ancora migliorare nel privato e sul palco?
All’età di 59 anni ho finalmente delle certezze, ma ci ho messo un po’ per arrivarci. La sicurezza si acquisisce con l’esperienza. Conosco i miei limiti, so dove posso arrivare, ma nello stesso tempo non smetto di volermi migliorare. Il segreto, nella sfera personale e professionale, è non sentirsi mai arrivati veramente.
L’ultimo spettacolo a cui ha partecipato? Ci può anticipare i prossimi impegni professionali?
Pochi giorni fa ero in scena con Carlotta Proietti ed Enzo Iacchetti in “Buongiorno Ministro!” (testo di Jordi Galceran e regia di Ferdinando Ceriani). A fine agosto lavorerò, come lo scorso anno, nella meravigliosa cornice di Pompei. A settembre realizzerò un mio sogno nel cassetto, recitare ne “La casa di Bernarda Alba” di Federico García Lorca. Non vedo l’ora.
Un sogno nel cassetto non ancora realizzato? Un regista con cui vorrebbe lavorare?
C’è uno spettacolo che vorrei portare in scena, attualizzandolo, ed è “Anna dei miracoli” di William Gibson, perché tratta di tematiche a me care come la disabilità e l’impotenza di fronte ad essa. Spesso le famiglie vengono lasciate sole nella gestione di problematiche gravi. Nell’opera teatrale mi piace la tenacia dell’insegnante nell’affrontare la disabilità dell’allieva sordocieca, la caparbietà che mette nel farla considerare innanzitutto una persona con un grande potenziale. Sono particolarmente sensibile all’argomento perché ho un figlio con una leggera disabilità. Ora ho anche l’età giusta per interpretare questo personaggio così interessante. Ci sono tanti registi con cui vorrei lavorare. Mi piace chi bada all’essenziale a livello scenico e si dedica completamente all’attore. Il regista perfetto deve essere così.
N.B. Le foto sono di Grazia Menna.
Erika Eramo
