La Moglie Ebrea
Teatro Binario 30, via Giovanni Giolitti 163
Roma, 24 e 25 gennaio 2026
di: Bertolt Brecht (da Terrore e Miseria del Terzo Reich)
regia: Giuseppe Oppedisano
con: Maurizia Grossi e Antonio Fazzini
Luci e Fonica: Dario de Francesco
Info: Atto unico scritto da Bertolt Brecht nel 1938, quando la persecuzione antiebraica nella Germania nazista non aveva raggiunto la sua forma più estrema ma aveva già trasformato la vita quotidiana in un territorio di paura, silenzio e adattamento. Judith è la moglie ebrea di un medico “ariano” borghese rinomato che vede il mondo cambiarle intorno e fa l’unica scelta possibile per salvare se stessa e la reputazione dell’amato marito.

Portare in scena un testo che parla di Olocausto, in questo momento storico, con Israele che replica le azioni genocide dei suoi aguzzini nazisti, ha del rivoluzionario; ma Giuseppe Oppedisano regista ci ha portato spesso oltre la comfort zone, spingendo gli spettatori ad una riflessione che va oltre il caso oggettivo per portarlo in uno spazio senza tempo, dove analizzare l’uomo e l’umanità che ripete i suoi errori, la disumanità che nasce sempre da una rinuncia morale, la complicità di chi rimane inerme di fronte al male che dilaga.
Il monologo iniziale del marito (Antonio Fazzini), avulso dalla Storia e profondamente attuale, è in tal senso emblematico: la Storia si ripete, sempre, quando non si è imparato da essa. Brecht descrive il suo tempo, ma la sua opera è tanto più vera, effettiva, oggi, quando le guerre che dilagano continuano a colpire civili innocenti, perdite archiviate, nel migliore dei casi, come “danni collaterali”.
La Moglie Ebrea, interpretata con rara intensità da una toccante Maurizia Grossi, è uno di questi “danni collaterali”, la cui sofferenza nasce dall’incredulità che il proprio mondo felice possa disgregarsi in un soffio, dalla presa di coscienza di quanto stia accadendo – e che sembrava impossibile potesse accadere; Judith vede la tempesta in arrivo e prende l’unica decisione possibile per proteggere l’uomo che ama prima ancora che se stessa, nonostante il dolore che le spezza il cuore.

Un medico tedesco benestante sposato con una donna ebrea nel 1938 ha due possibilità: lasciarla o essere egli stesso trattato come un reietto dalla società. Eppure egli appare ancora non pienamente consapevole di questo, o forse incapace di prendere quella decisione che sa, nel profondo, essere inevitabile; il coraggio, come spesso accade, è la donna a trovarlo, mentre lui, nel salutarla pavidamente, vuole convincere innanzitutto se stesso che quello di Judith sia un viaggio come gli altri, di poche settimane, e non un vero e proprio addio. È la difesa dello struzzo, che nasconde la testa nella sabbia per non vedere il pericolo, mentre sua moglie è tragicamente consapevole di come il mondo si stia rivoltando contro di loro a causa sua, e questa dolorosa consapevolezza traspare da ogni sguardo, da ogni gesto, da ogni parola della Grossi: mentre prepara le valigie, quando notizia gli amici che non si fanno più vedere che sta andando via per riportare la società al fianco di suo marito, ma ancor più nel commovente addio non dichiarato a quello che era l’amore della sua vita. La sua uscita di scena lascia il posto ad un finale cinematografico (un plauso va anche all’addetto alle luci e alla fonica, Dario de Francesco): sul telo nero che fa da sfondo all’elegante salotto di casa, la scelta registica di proiettare immagini storiche dell’Olocausto mostra senza veli ciò che Brecht non poteva sapere quando scrisse la sua opera, l’orrore nato dal silenzio-assenso di chi ha scelto di non vedere.
“Ogni guerra che colpisce i civili, ogni genocidio, ogni espulsione, ogni distruzione sistematica dell’altro, nasce sempre prima da una rinuncia morale: quella di guardare l’essere umano prima della bandiera”, scrive nelle sue note di regia Giuseppe Oppedisano; così è stato negli anni Trenta, ma cosi è ancora oggi e così continuerà ad accadere finchè l’uomo non ritroverà la propria umanità e sceglierà di non rimanere inerme di fronte all’ingiustizia.
Michela Aloisi
