Il nome Litfiba, si sa, rimanda in realtà, nella storia del rock italiano, a più di una band. C’è il gruppo storico formatosi negli anni ‘80, pioniere della new wave italiana, che in quegli anni aveva sfornato quella “trilogia del potere” di cui 17 Re – album qui ricordato e celebrato – rappresentò forse l’episodio più felice; c’è la massiccia, un po’ “coatta” rock band degli anni ‘90, risultato di una scissione interna che aveva visto superstiti, della formazione originale, solo Piero Pelù e Ghigo Renzulli – rispettivamente voce e chitarra; c’è la band degli anni 2000 capitanata dal solo Renzulli dopo la rottura col sodale, dai risultati artistici alterni e da quelli commerciali poco fortunati; ci sono poi le varie reunion susseguitesi dal 2009 in poi, che hanno visto ricomporsi, a fasi alterne, le differenti formazioni della band, sempre sotto l’egida dei due membri storici. Questo tour intitolato Quarant’anni di 17 Re, celebrazione appunto del quarantennale di quella pietra miliare del rock italiano uscita nel 1986, vede riunirsi esattamente la formazione storica di quel decennio (con l’unica, ovvia eccezione del batterista Ringo De Palma, deceduto nel 1990 e qui rimpiazzato dal collaudato Luca Martelli); a Pelù e Renzulli, quindi, si (ri)affiancano il tastierista storico Antonio Aiazzi e il bassista Gianni Maroccolo, di suo una vera e propria istituzione del rock alternativo made in Italy (e lo aspettiamo, l’anno prossimo, nell’annunciata reunion dei CSI, accanto agli altrettanto redivivi – e recidivi – Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni). Non è la prima volta che quella formazione storica dei Litfiba torna a calcare i palchi – era già successo nel 2013, in un tour dedicato alla trilogia del potere che era stato poi immortalato in un successivo album live; ma resta comunque un evento, questa nuova reunion, di quelli su cui non si può passare sopra con l’indifferenza e la superficialità che pure, dopo le prime date, abbiamo potuto ravvisare (specie, ma non solo, nelle discussioni social).

Un evento nostalgico, quello che ha fatto tappa il 16 luglio all’Ippodromo delle Capannelle, nell’ambito della rassegna Rock in Roma? Anche, sicuramente, ed è inutile negarselo: d’altronde, si sta celebrando un anniversario (precisamente un quarantennale) di un disco che ha fatto la storia del rock italiano, ed è un po’ difficile evitarsi una robusta dose di nostalgia, con i rimpianti, le inevitabili espressioni di patetismo – tra boomerismi e genxismi assortiti, ci si perdoni il neologismo – e tutto ciò che ne consegue. Il sempre istrionico Pelù, da par suo, ha ricordato più volte, nel corso della serata romana, che questo tour darà origine a un nuovo album live, ulteriore, inevitabile atto celebrativo destinato a diventare a sua volta testimonianza (meta)nostalgica. Però, celebrare nel 2026 i Litfiba di un quarantennio fa, e in particolare il disco reputato da molti il loro capolavoro, forse è qualcosa che va anche oltre la mera nostalgia; forse è anche – e queste prime date, compresa quella romana, non hanno cessato di ricordarcelo – un modo di fare i conti col presente, con quello che tutti noi, sia dentro che fuori dal palco, siamo diventati; e anche col modo in cui quelle straordinarie composizioni, frammenti di suoni rabbiosi e sognanti, intrisi di un lirismo darkwave che sarebbe rimasto quanto di meglio la musica italiana abbia mai prodotto nel genere, può ancora dialogare col presente. O magari scontrarvisi, anche fragorosamente.
Certo, la chiave scelta dal gruppo (e in particolare dal cantante) per gestire questo incontro/scontro ha fatto sollevare più di un sopracciglio, in questi giorni – tanto per usare un eufemismo; ed è certamente vero (e ora magari qualcuno si stupirà, conoscendo le idee di chi scrive sul binomio “arte & impegno”) che uno show impostato sulla metodica alternanza speech/canzone – con la prima componente quasi sempre a tema politico e/o di attualità – può lasciare perplesso chi, nelle esibizioni live, sia abituato a un’integrazione più organica, e meno dichiarata, del “messaggio nel mezzo” (senza arrivare a pensare, con il maestro Marshall McLuhan, che le due entità siano la stessa cosa). E sì, è vero: i Litfiba anni ‘80 facevano parlare (egregiamente) soprattutto le loro canzoni, e la dialettica del Piero Pelù di allora – ma anche di quello successivo, invero – era meno esplicita e frequente, in particolare dal vivo. Tuttavia, nel valutare un concerto che si è esteso comunque per due ore abbondanti di durata, con una scaletta composta da 24 canzoni in tutto (e ci sembra verosimile, a questo punto, pensare che se Pelù avesse parlato di meno, saremmo semplicemente andati a casa prima, invece di sentire 2 o 3 brani in più) vanno principalmente tenute presenti due cose, anzi tre: 1) La considerazione più ovvia è quella che la politica – nel senso più ampio e onnicomprensivo del termine – ha sempre fatto parte dell’universo tematico dei Litfiba, in forme più o meno dirette o allegoriche, più o meno articolate o “populiste”; 2) Il vocalist stesso, nel tempo – e in particolare dopo il 1990 – ha accentuato di molto la sua vena istrionica e da “tribuno”, che era stata tenuta invece molto sotto controllo negli anni precedenti: e chi scrive può dirlo con cognizione di causa, essendo uno spettatore/fan che ha seguito con una certa attenzione, sia in studio che dal vivo, anche i Litfiba degli anni ‘90; 3) Non siamo, a nostra volta, negli anni ‘80 e nemmeno nei ‘90: siamo in un periodo molto diverso, ben più drammatico e ansiogeno per chiunque, tale da rendere quasi spensierati i suddetti decenni (in cui comunque le ansie non mancavano); con almeno tre guerre che coinvolgono (super)potenze occidentali, un’amministrazione statunitense mai così priva di freni e controllo, una politica interna – in tutte le sue parti – a sua volta mancante di direzione e prospettive, e dulcis in fundo una drammatica, forse già irreparabile crisi climatica. Veramente ci si stupisce, al netto di tutto il resto, se in un concerto dei Litfiba – dedicato in particolare a un disco come 17 Re – si parla più che in passato, direttamente e non, di politica?

Tolta di mezzo quindi la questione del “Piero Pelù politico” – che pure il suo peso lo ha, nel bene e nel male, in un evento come questo – possiamo serenamente passare all’aspetto musicale della serata. E qui davvero c’è poco da dire, e lo affermiamo senza tema di smentite: quella che abbiamo visto è stata una band in forma strepitosa, che rispetto alle prime date del tour – di cui c’erano arrivati generosi frammenti via YouTube – ha ulteriormente migliorato l’affiatamento, la resa d’insieme, la potenza. Ci sentiamo anche di liquidare con tranquillità (almeno stando a ciò che abbiamo potuto vedere) la presunta, rinnovata tensione tra cantante e chitarrista, intravista da alcuni nelle prime date; una tensione che qui – se mai c’è stata davvero – sembra non aver lasciato tracce significative di sé. L’attacco col dittico Febbre (in versione strumentale)/17 Re ha anticipato eloquentemente quello che sarà il doppio binario della serata: intimismo visionario da una parte – lo stesso che la band aveva profuso a piene mani nei suoi primi tre album – e potenza rock dall’altra, malgrado tutto memore (ma non succube) degli anni migliori del duo solitario Pelù-Renzulli. Il “ponte” tra i due brani iniziali ha fatto registrare, invero, l’unica vera sbavatura del concerto: un evidente errore di tonalità, nell’attacco chitarristico del secondo pezzo, che in qualche modo ha finito per rendere il tutto (pare una frase fatta, ma tant’è) ancora più autentico e im-prevedibile. Un po’ come il microfono che poco dopo ha iniziato a fare le bizze, simpaticamente stigmatizzato prima della sostituzione (“devono essere la CIA o l’FBI che ci boicottano”) da un Pelù capace anche di divertenti improvvisazioni. Si è trattato comunque, nel primo caso, di una scollatura di pochi secondi, subito aggiustata e sovrastata dall’impatto di un brano che, se probabilmente avrà conservato poco della title track, allora scartata, dell’album del 1986, resta perfetto per il presente: un pezzo che unisce bene la potenza d’impatto dei Litfiba anni ‘90 a quella qualità ipnotica di marca pop-wave (col basso di Maroccolo in primo piano) che aveva caratterizzato alcuni degli episodi più “accessibili” dell’indimenticata trilogia degli eighties.
La scaletta del concerto, da allora, ha mostrato forse poche sorprese rispetto alle previsioni della vigilia, coi brani di 17 Re ovviamente in primo piano (eseguiti prevedibilmente tutti): una Come un Dio che è suonata (per fortuna!) maledettamente simile a quella registrata sul live del 1987 Aprite i vostri occhi, le mesmeriche Oro nero e Sulla terra, il disperante – ma non ancora rassegnato – grido di Vendetta, il puntuale e transgenerazionale coro di Apapaia, le smithsiane e malinconiche Ballata e Re del silenzio; e, niente affatto ultime, l’indimenticabile e palpitante ode di Pierrot e la luna (forse il brano preferito, da chi scrive, nell’intero repertorio del gruppo), il sussurro di Univers e le selvagge Cane e Gira nel mio cerchio (con tanto di ode a Buchowski e ai sani, universali principi del pogo e della sbronza). In tutto questo, una cosa al di là di tutto ci ha fatto piacere, e riguarda ancora Piero Pelù: il cantante, diversamente da quanto mostrato in passato (si veda il citato album live del 2013, Trilogia 1983-1989, ma anche alcuni episodi precedenti di questo tour) sembra aver capito che gigioneggiare e giocare troppo con le distorsioni vocali e gli allungamenti più o meno casuali non giova – ma semmai rischia di nuocere – alla resa live di queste canzoni. Sentire le citate Pierrot e la luna e Univers (ma anche brani più cadenzati come Tango e Cafè, Mexcal e Rosita) cantate in modo finalmente più sobrio, con timbro simile se non analogo a quello dell’album, permette al 64enne Pelù di utilizzare ancora al meglio – e senza stucchevoli mascheramenti – le sue sempre ottime doti vocali.

In un’afosa serata romana che – al netto del citato “incidente” iniziale – ha mantenuto ottimamente tutte le promesse fatte, e ne ha inoltre rinnovate altre (e a questo punto, dopo l’annunciato album live, perché non radunare un po’ di idee e tornare in studio?) abbiamo poi rivisto quei Litfiba di cui – anche nel discusso periodo dei nineties, quello più mainstream – Pelù e Renzulli avevano mantenuto saggiamente consistenti tracce: quelle dell’urlo anti-nucleare di Resta (che avremmo visto bene come apertura della serata: pazienza, sarà per la prossima volta), della sempre vibrante denuncia in chiave pop del massacro di Piazza Tienanmen con Il vento (con tanto di tricolore sventolato sul palco), dei visionari, annichilenti affreschi tra politica e religione di Istanbul e Santiago, e di una Eroi nel vento ormai tornata definitivamente (e per fortuna) agli antichi splendori, dopo l’orrenda rivisitazione che Pelù e Renzulli ne avevano dato nella raccolta Sogno ribelle (1992). E ad aprire quest’ultima esecuzione, tanto per smentire un altro pezzetto delle pretestuose polemiche di questi giorni (che avevano accusato il cantante di pensare molto a mettersi in mostra coi “comizi”, e poco a ricordare gli amici andati) il doveroso e sincero omaggio al batterista Ringo De Palma: quello a cui il gruppo aveva già dedicato nel 1990 quella Il volo che, riascoltata oggi insieme a tutto l’album, resta la canzone migliore di un lavoro comunque problematico come El Diablo. Forse tra le pochissime, del repertorio dei Litfiba post-1990, che non avrebbero affatto sfigurato in questa setlist.
Chiudono, come da copione, gli anthem immarcescibili – con puntuale partecipazione di massa, fisica e vocale, dei presenti – di Tex e Cangaceiro: la prima col parallelo tra il genocidio dei nativi americani e quello odierno dei palestinesi (e con la collaudata scena dello scalpo di Donald Trump, “la più colossale testa di cazzo che abbia mai messo piede alla Casa Bianca”, fatto roteare sul palco dal cantante), e la seconda con una rinnovata, magari un po’ enfatica ma ancora tutt’altro che caricaturale (checché se ne dica) dichiarazione di “militanza rock”: quella arcbetipica del bandito, del fuorilegge che sceglie di esprimersi in musica, e che oggi come ieri (forse ancor più di ieri) trova nella dimensione live il suo più autentico fascino. Finale con inchino di massa e generosa, apprezzabile parentesi di strette di mano e saluti, in mezzo alle prime file del pubblico: beati quelli che erano lì davanti, viene da dire, perché invero noi (da tempo) non abbiamo più l’età né il fisico. Oppure, tanto per citare il Danny Glover di Arma letale, siamo semplicemente “troppo vecchi per queste stronzate”. Ma nella vecchiezza che avanza, tutto sommato, continuare a seguire questi vivaci, ancor più stagionati animali da palco – nei modi e nei tempi in cui a ognuno è possibile – non è niente male. Non è male, certo, pur con tutti gli annessi e i connessi, le idiosincrasie del singolo artista, le sue caratteristiche che amiamo e quelle che magari non abbiamo mai mandato giù: sì, è solo rock and roll (parafrasando sia l’arcinoto verso dei Rolling Stones, sia lo stesso Pelù di ieri) ma ci piace, e ogni tanto continua pure a farci (o aiutarci a) riflettere. Non potremmo chiedere di meglio.
Marco Minniti



