Lucio Corsi al Volkshaus: estetica dell’anomalia e poesia fuori asse

Il 1° febbraio, al Volkshaus di Zurigo, Lucio Corsi ha portato in scena un concerto che si sottrae con decisione alle logiche dominanti del pop contemporaneo. Un live che non cerca l’impatto immediato, ma costruisce – brano dopo brano – un universo coerente, straniante e sorprendentemente compatto. Puro cantautorato, senza dubbio alcuno.

Un immaginario laterale, ma rigoroso

Corsi lavora su un’estetica dell’“anomalia controllata”. Il suo mondo è popolato da figure fuori scala – animali, astronauti, personaggi bizzarri sospesi tra infanzia e surrealtà, riferimenti colti e pop – ma non c’è nulla di casuale. La scrittura, pur mantenendo una leggerezza apparente, è attraversata da una precisione quasi letteraria. Una forma autoriale in cui questo immaginario prende forma senza bisogno di sovrastrutture sceniche eccessive. È la coerenza narrativa a tenere insieme il concerto, più che l’apparato spettacolare.

Struttura musicale e riferimenti

La cifra stilistica di Lucio Corsi si colloca in un territorio ibrido: glam rock, cantautorato italiano, suggestioni anni ’70, con echi evidenti di David Bowie e certa teatralità italiana alla Ivan Graziani. Tuttavia, il rischio di derivatività viene evitato grazie a un uso personale della forma canzone. Brani come Cosa faremo da grandi o Astronave giradisco mostrano una costruzione melodica non scontata, mentre Magia nera e Orme giocano su dinamiche più dilatate, quasi ipnotiche. La band accompagna con misura, evitando di saturare gli arrangiamenti: c’è spazio, aria, e soprattutto intenzione.

La scaletta come racconto

A differenza di molti live contemporanei, la setlist non è una sequenza di picchi, ma un flusso narrativo. L’apertura con Freccia Bianca imposta subito il tono: non si entra in un concerto, ma in un mondo. Interessante l’inserimento di 20th Century Boy dei T. Rex: non un semplice omaggio, ma una dichiarazione di poetica. Corsi si colloca esplicitamente in una linea estetica che privilegia l’identità visiva e sonora come elementi inscindibili.

La chiusura con Nel cuore della notte lascia invece una sensazione sospesa, coerente con l’intero impianto del live: nessuna esplosione finale, ma un lento dissolversi. Non potevano mancare ovviamente Sigarette, Volevo essere un duro e Situazione complicata che certificano la capacità di Corsi nel costruire melodie sofisticate con testi che rimandano a tempi e luoghi diversi con la fantasia.

Voce e presenza scenica

Sul piano performativo, Corsi non punta sulla potenza vocale, ma sulla caratterizzazione. La sua voce è funzionale al racconto: fragile quando serve, più incisiva nei momenti di apertura. La presenza scenica è volutamente anti-eroica, quasi defilata, ma estremamente riconoscibile. È una forma di carisma non convenzionale, che si costruisce per sottrazione.

Il pubblico: ascolto, non solo partecipazione

A Zurigo, il pubblico si è mostrato attento, meno “corale” rispetto ai grandi concerti pop, ma più concentrato. È un ascolto diverso: meno immediato, più immersivo. Anche questo contribuisce a definire la natura dell’evento.

Il concerto al Volkshaus ha confermato Lucio Corsi come una delle voci più interessanti e atipiche del panorama italiano contemporaneo. Non tanto per originalità assoluta – i riferimenti sono chiari – quanto per la capacità di rielaborarli in un linguaggio personale e coerente. In un’epoca in cui il pop tende all’omologazione, la musica d’autore di Corsi lavora invece sulla deviazione. E lo fa con una consapevolezza rara: quella di chi sa che essere fuori asse, oggi, è forse la forma più autentica di precisione.

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