
Premessa: troviamo estremamente appropriato, finanche adorabile, che la sezione Clásicos de La Nueva Ola – Festival del Cinema Spagnolo e Latinoamericano tenda ad ospitare sia conclamati capolavori d’impronta più dichiaratamente autoriale, vedi quest’anno il sublime Tangos. El exilio de Gardel di Fernando “Pino Solanas”, sia perle inerenti a quel cinema di genere che specie nella così prolifica produzione spagnola ha da sempre ricoperto un ruolo di primo piano. Portando, anche in questo caso, alla realizzazione di autentici cult movies.
Assai simpatica, poi, l’idea di proporre tali pellicole non al Barberini ma al Cinema Troisi, in una fascia oraria da tipico midnight movie. Se un anno fa la scelta del “film di mezzanotte”, da noi apprezzatissima, era caduta su El día de la bestia (Il giorno della bestia, 1995) di Álex de la Iglesia, la 19esima edizione del festival diretto in modo come sempre frizzante e brillante da Iris Martin Peralta e Federico Sartori ha invece riacceso i riflettori su un’altra chicca, ¿Quién puede matar a un niño? (Ma come si può uccidere un bambino?, 1976) di Narciso Ibáñez Serrador. Lungometraggio sadico, acido, provocatorio, di fondo geniale nel suo ribaltamento delle prospettive abituali. Lo abbiamo rivisto volentieri (o meglio, con proficuo disagio) approfittando della programmazione di giovedì sette maggio a mezzanotte e mezza (per cui “tecnicamente” era in pratica già venerdì) nella sede testé citata, ovvero il Cinema Troisi, dove sarà in calendario anche nelle notti dell’otto, nove e dieci maggio. Un’occasione da non perdere, per i cinefili più spregiudicati.

Agghiacciante teorema cinematografico su un’iperbolica ribellione dell’infanzia ai troppi mali del mondo contemporaneo, determinati come è ovvio che sia da adulti violenti, spietati, ¿Quién puede matar a un niño? poteva vantare all’epoca ben pochi precedenti (e avrà poi ben pochi epigoni) nella sua durezza, nella sua ostentata asprezza.
Per quanto ci riguarda l’unico ad aver toccato l’argomento con la stessa lucida ferocia è stato il grande Sam Peckinpah. Pensiamo ovviamente all’intro de Il mucchio selvaggio, col riso sguaiato dei bambini intenti a tormentare le formiche e lo scorpione. Ma anche, volendo, ad alcune situazioni riguardanti il ragazzino russo, piccolo partigiano catturato dai tedeschi, nell’altro – forse meno (ri)conosciuto – capolavoro La Croce di Ferro, atipico war movie i cui stessi titoli di testa rimandavano lisergicamente a vittime innocenti della Seconda Guerra Mondiale.
Ecco, anche la parte iniziale del devastante cult di Narciso Ibáñez Serrador crea un ponte tra gli allucinanti episodi di finzione che verranno narrati più avanti e alcune delle pagine più dolorose del Novecento, dai campi di concentramento nazisti alle giovanissime vittime del conflitto tra India e Pakistan, passando naturalmente per il Vietnam e per i civili bombardati col napalm, mettendo al contempo in luce attraverso le didascalie l’incredibile tributo di sangue pagato proprio dai bambini. Con uno spirito a metà strada tra il classico cinegiornale e quei mondo movies in voga sin dagli anni ’60.

Questa lunga prefazione filmica è del tutto funzionale a introdurre l’horror vero e proprio, quello per cui la solare trasferta al mare di una coppia inglese, con lei incinta di diversi mesi, nelle ridenti località turistiche di una Spagna festaiola e chiassosa, si trasforma strada facendo in un incubo senza fine. Galeotta, in questo caso, la decisione del marito di condurre la donna in una quieta isola iberica del Mediterraneo, ribattezzata qui Almanzora, che l’uomo ricordava da altri viaggi paciosa e accogliente. Niente di più sbagliato. Un’inspiegabile ondata di follia collettiva ha infatti trasformato bimbetti e ragazzini dell’isola, di ambo i sessi, in un branco di spietati assassini che si divertono ad ammazzare gli adulti, familiari compresi. Vi è magari qualche punto di contatto, nelle modalità del “contagio”, col filone della classica “epidemia zombie”, ma non è sempre con rabbia che i bambini uccidono (facendosi a volte uccidere loro stessi), in certi casi è invece la capacità di manipolare e ingannare gli adulti a colpire lo spettatore. “Polimorfi perversi”, direbbe il freudiano di turno. Fatto sta che ¿Quién puede matar a un niño? funziona alla grande sia sul piano concettuale, teorico, sia per la tensione che sprigiona (amplificata dall’ottima colonna sonora) e per la rappresentazione efferata delle uccisioni. Il ritratto dell’infanzia che ne deriva è conturbante, destabilizzante, sottilmente provocatorio. Potremmo quindi chiosare affermando che forse solo l’immaginifico Il villaggio dei dannati (Village of the Damned, 1960) di Wolf Rilla era riuscito, qualche anno prima, a produrne uno altrettanto livido.

