Da ormai oltre un venticinquennio a questa parte, Ryan Adams incarna a suo modo il prototipo della rockstar maledetta, ma anche quello (ben più antico) di “genio & sregolatezza”. Ex cantante dei Whiskeytown (band tra le più rappresentative dell’alt-country anni ‘90), dal 2000 protagonista di una prolificissima carriera da solista con album che hanno segnato la storia del roots rock e dell’alternative rock di quel decennio – Heartbreaker, Gold, Love is Hell e Cold Roses solo per dire i più noti – il cantautore di Jacksonville è incappato, nel 2019, in una vicenda che ha finito per segnare il primo vero ostacolo per la sua carriera, mai superato del tutto: le accuse, riportate dal New York Times, di sette donne – tra queste, l’ex moglie Mandy Moore e la cantautrice Phoebe Bridgers – di molestie, abusi psicologici e ricatti lavorativi. Una brutta vicenda che ha alienato ad Adams – già noto per i frequenti scazzi coi fans durante i concerti, le polemiche coi colleghi, e in generale il carattere fumantino e impulsivo – anche i favori dell’industria discografica e l’ampia rosa di collaborazioni su cui poteva contare: al punto che l’album uscito un anno dopo l’articolo del NYT, Wednesdays (artisticamente tra i migliori della sua carriera) ricevette poca o nessuna copertura da parte della stampa specializzata. Una storia, una sorta di “embargo” da parte di media e colleghi, che si è protratta – invero persino intensificandosi – fino a oggi; favorita anche, va detto, dall’atteggiamento poco accorto dell’artista stesso, che ha “gestito” la situazione alternando messaggi di scuse per le sue azioni, recriminazioni contro colleghi ed ex amici, post social depressi – spesso subito cancellati – in cui denunciava di essere stato lasciato solo, e soprattutto una produzione bulimica e sregolata di nuovo materiale, tutto autoprodotto e (quasi) tutto destinato, invariabilmente, a un’invisibilità de facto.

Tutto questo fino a oggi, fino a questo Self Portrait (chissà se è un caso, il titolo che riprende quello di uno degli album meno apprezzati di Bob Dylan) che arriva dopo un ulteriore tour turbolento: quel Heartbreaker 25th Anniversary Tour che voleva celebrare il 25ennale del disco d’esordio da solista di Adams, e che invece ha finito per scavare un ulteriore solco con molti fans – con tre concerti in particolare (Belfast, Sydney e Melbourne) che hanno visto l’artista scambiarsi continui insulti col pubblico e (in almeno un caso) abbandonare anzitempo il palco. Il risultato è che, nel caso di questo nuovo album – uscito per la PAX AM di Adams come i precedenti, al momento ascoltabile in streaming e/o ordinabile in edizione limitata – più che di un disco autoprodotto, viene quasi da parlare di un disco “non prodotto”. L’artigianalità esibita dei suoni di queste 24 canzoni (72 minuti di musica in tutto), in parte già note ai fans attraverso i canali social del cantautore, ha da subito scatenato commenti tra il risentito e il sarcastico; commenti espressi in larga parte su quegli stessi spazi del web (Reddit in primis, e in misura minore le pagine da lui gestite su Facebook e Instagram) in cui il culto di Ryan Adams continua, pur faticosamente, a sopravvivere. Si è parlato, e si continua a parlare, di spazzatura, di scarti dimenticati sul pc di Ryan in forma di MP3, di canzoni strimpellate male in stato di ubriachezza, di abuso del tipico effetto-riverbero (e qui qualcosa di vero c’è) a mascherare la povertà di registrazioni effettuate da casa, con mezzi di fortuna e senza una vera band di supporto. La stampa musicale, manco a dirlo, al momento tace; e – se i cinque album usciti contemporaneamente a inizio 2024 avevano almeno goduto di qualche recensione – stavolta verrebbe proprio da pensare che in realtà non sia uscito niente. O, perlomeno, niente che sia minimamente degno di spenderci sopra due parole. Ma è proprio così?

Non sarà chi scrive – persona che ha sempre guardato con simpatia al movimento #metoo e al femminismo in generale – a difendere le azioni poco edificanti, da lui stesso riconosciute, che misero nei guai Ryan Adams nel 2019; né a giustificare l’atteggiamento spesso sprezzante (in qualche caso, stando a multiple testimonianze dirette, decisamente stronzo) che l’artista in questi anni ha tenuto verso quei fans che, nonostante tutto, hanno continuato a sostenerlo. Se le discussioni sulla separazione di uomo e artista, per quanto ci riguarda, sono oziose – e andrebbero di volta in volta ricondotte ai singoli casi di cui si parla – in questo caso una cosa ci sentiamo comunque di dirla: trent’anni complessivi di carriera, compreso il periodo dei Whiskeytown, ci raccontano di un artista straordinario, un talento purissimo che nel vertiginoso rollercoaster (per citare un suo brano contenuto proprio in questo disco) di una carriera bulimica, ha inanellato una serie di classici che non sbiadiscono di fronte alle pur presenti produzioni discutibili. E anche in queste ultime, di solito, il pur sacrificato talento viene fuori; ancor più quando, come nel caso di questo Self Portrait, la povertà del comparto tecnico fa emergere le canzoni per quello che sono, azzera gli abbellimenti e ne mette in luce tanto i pregi quanto i limiti. E, a dispetto della ferocia dei commenti che si leggono in giro, di pregi questo strano album – troppo lungo, scollato, contraddittorio e “buttato lì” fin quanto si vuole – ne ha tanti. Più dei difetti, a ben vedere, se proprio si vuole guardarlo col massimo dell’onestà intellettuale. Proviamo a vederli un po’ più nel dettaglio.

Intanto, ci sentiamo ragionevolmente di contraddire uno dei principali rilievi che sono stati mossi a Self Portrait da chi ne ha già scritto: per disunito e poco compatto che sia, questo è un vero album, non una raccolta di canzoni assemblate più o meno a caso. Questo, dopo ripetuti ascolti, ci sentiamo di affermarlo senza tema di smentite: un filo conduttore, sia tematico – quello di un autoritratto sporco, graffiato, rovinato e vitale, come ha già affermato qualcuno – sia sonoro, c’è eccome in questo album. Ci sembra infatti che la maggior parte dei pezzi che lo compongono, se si escludono i pur presenti riempitivi ed episodi decontestualizzati (le brevissime, abbozzate Try Again Tomorrow e Stormy Weather, la simpatica, beachboysiana ma poco in tema I Am Dracula) ci consegnino un Ryan Adams decisamente più orientato verso quel folk-country-rock che ha caratterizzato (almeno a parere di chi scrive) la sua produzione migliore; proprio quello che negli ultimi, difficili anni era rimasto un po’ sacrificato. In questo senso, molto del materiale che compone Self Portrait sembra essere parente di quello – già in parte recuperato da vecchie sessions e/o risuonato in nuove versioni – del recente Star Sign, che consideriamo sicuramente il miglior disco nel quintetto uscito a inizio 2024. Lasciando da parte per un attimo la già menzionata, certamente non irrilevante patina low-fi del tutto (che comunque impatta in misura molto maggiore sui pezzi elettrici rispetto alle ballate) le composizioni degne del miglior Ryan Adams qui non mancano: da un’iniziale Virginia in the Rain che sembra guardare insieme a Prince e a Tom Petty, al pop che riprende i toni di Big Colors di Please, Shut the Fuck Up (molto adamsiano il contrasto tra il titolo truce e la dolcezza della melodia); dal sottilmente malinconico, “utopico” refrain folk-rock di Saturday Night Forever al country solitario di Fools Game, fino a ballate che (magari riarrangiate e tirate a nuovo) non avrebbero sfigurato in Heartbreaker, quali Thunderstorm Tears o la lunga, dylaniana Castles in the Sand.

Poi, certo, accanto alle composizioni più classicamente rock pure tipiche di Adams (l’”anthem” Too Old to Die Young, la neilyounghiana I Am a Rollercoaster) ci sono certo brani che sembrano spezzare il ritmo e l’armonicità dell’album, uniti ad altri che avrebbero forse funzionato se ulteriormente sviluppati e magari “vestiti” diversamente (viene da pensare alle sonorità un po’ zeppeliniane di Not Trash Anymore, o a una Throw it Away ridondante e poco incisiva). Ci sono pure alcune cover che, pur pregevoli in sé, forse avrebbero reso meglio in un album diverso: ci riferiamo a una Blue Monday in cui Ryan rifà a modo suo (cupo e ipnotico) il pop dance a 8 bit, di tipica marca eighties, dei New Order; e ai due brani coverizzati da un gruppo di “mostri sacri” come i R.E.M., ovvero una The One I Love dall’incedere quasi funereo, e una Shiny Happy People che, per come è stata smontata e rimontata, pare quasi Champagne Supernova degli Oasis (quella originale, ovviamente: non la cover dello stesso Ryan risalente a qualche anno fa). E in tutto questo allegro scollamento di atmosfere e sonorità, ma anche in questi rimandi incrociati che ricordano come siamo di fronte a qualcuno che la musica la conosce – e la sa anche rimasticare a modo suo – c’è la forza vitale di questo disco; un disco così povero e spoglio di una vera, coerente “confezione” musicale, epperò così capace di testimoniare il qui e ora dell’artista. E fa riflettere proprio come un disco così imperfetto e sghembo, così apparentemente “buttato via” come Self Portrait, contenga in realtà alcune (e neanche poche) tra le migliori cose scritte da Ryan Adams in questi ultimi anni. Segno che l’artista è tutt’altro che morto, come qualcuno vorrebbe frettolosamente dipingerlo, pur negli evidenti, enormi problemi caratteriali (purtroppo intimamente collegati alla sua musica) denunciati dall’uomo. Ma non si riesce, ancora oggi, a non volere un (bel) po’ di bene a entrambi. A dispetto di tutto.
Marco Minniti

