“Tanna” di Martin Butler e Bentley Dean

Un'occasione imperdibile per rivedere sul grande schermo, a distanza di 10 anni, il cult movie ambientato nel Pacifico e co-prodotto da Vanuatu e Australia

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Il 24 luglio, per merito di Trent Film, è stato fatto riuscire nelle sale in versione rimasterizzata Tanna di Martin Butler e Bentley Dean, esotico lungometraggio ambientato nelle isole dell’Oceano Pacifico che dopo l’anteprima veneziana del 2015 riuscì anche, qualche tempo dopo, a ottenere una prestigiosa candidatura all’Oscar quale Miglior Film Straniero. Un vero e proprio cult movie, insomma, co-prodotto dall’Australia e dalla nazione insulare di Vanuatu. Da non perdere l’occasione di vederlo o rivederlo sul grande schermo, anche in virtù di una straordinaria fotografia che valorizza al massimo grado gli scenari dell’isola vulcanica dove si svolge il racconto. A partire dai maestosi paesaggi costieri e dalle suggestive eruzioni notturne.

Del resto Tanna è un’opera cinematografica in cui ben si fondono la cultura locale e archetipi letterari o cinematografici di matrice universale. Per come prende forma la narrazione, la si potrebbe vedere come un controcanto di Romeo e Giulietta traslato in Oceania. O volendo restare nell’area del Pacifico, come una rilettura primordiale del classico Doppio suicidio d’amore a Sonezaki, opera jōruri del drammaturgo giapponese Chikamatsu Monzaemon divenuta un classico, tanto da ispirare diversi adattamenti cinematografici tra i quali spicca quello datato 1978 per la regia di Yasuzo Masumura.

Come per tale dramma, ispirato all’autore da un doppio suicidio realmente avvenuto in Giappone il 22 maggio 1703, anche per Tanna vi sono all’origine fatti veri (seppur collocabili in anni a noi più vicini), ovvero quei suicidi dovuti alla non accettazione di matrimoni combinati che nel 1987 spinsero le tribù più arcaiche dell’isola di Tanna (nella fattispecie Yakel e Imedin) ad accettare il matrimonio d’amore quale parte integrante del Kastom, le cui “vie” rappresentano per i popoli della Melanesia la Tradizione.

Operata questa prima contestualizzazione, va da sé che tra le tante fascinazioni correlate alla visione del film vi sia anche il legame con stili di vita antichissimi, messi poi in crisi dall’arrivo degli Europei e dalla modernità. Per quanto riguarda l’impatto subito dalle culture aborigene dell’Australia vi è forse di più, a livello cinematografico, se si considerano L’ultima onda di Peter Weir e soprattutto la filmografia di Rolf de Heer, che tra i suoi momenti più alti può vantare proprio The Tracker (2002) e 10 canoe (Ten Canoes, 2006) .

Ecco, allo stratificato “storytelling” dello stesso 10 canoe può essere magari accostata la cornice etno-antropologica di Tanna, laddove la sofferta storia d’amore dei giovani Dain (Mungau Dain) e Wawa (Marie Wawa), contrastata dagli anziani del loro clan che vorrebbero combinare per loro matrimoni con appartenenti alla tribù rivale degli Imedin, così da fermare una guerra fratricida che va avanti da anni, è anche lo strumento che gli autori usano per esplorare un radicato sistema di credenze, rapporti umani, attività pratiche e relazioni con l’ambiente ancora in parte incontaminato dell’isola.

Tanna è per l’appunto una delle Nuove Ebridi, isole appartenenti all’arcipelago vulcanico di Vanuatu. Fu proprio la curiosità nei confronti del vulcano Yasur (cui gli indigeni, nel film, si rivolgono col nome Yahul, equiparandolo così a uno “Spirito Madre” e ponendolo al centro dei loro riti d’iniziazione) ad attrarre il Capitano James Cook, primo visitatore europeo. La presenza dell’esploratore sull’isola è parte di un interessante background storico che ai registi Martin Butler e Bentley Dean ha ispirato altre gustose epifanie. In primis quel legame con la Corona Britannica risalente al periodo coloniale e qui ironicamente rappresentato dall’album di fotografie, custodito nel villaggio, che ritrae uno dei protagonisti del film accanto alla regina Elisabetta II e a Filippo di Edimburgo, durante un datato viaggio di tale capotribù in Inghilterra. Ancor più pregnante, sul piano della narrazione, è il ritratto dei villaggi abitati dai nativi convertiti ormai al cristianesimo, che sono ormai la maggioranza della popolazione. Lo sguardo caustico su tale realtà, condiviso anche dalla coppia protagonista che vede in loro gente immalinconita e parimenti fanatica, al punto di non accettare la loro ospitalità persino quando sono fuggitivi e in pericolo, rende con poche pennellate l’idea di cosa abbia rappresentato culturalmente e a livello sociale l’evangelizzazione forzata di quelle terre.

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