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Togliatti, Tito e la Venezia Giulia – La guerra, le foibe, l’esodo 1943-1954
Autore: Marino Micich
Editore: Mursia
Collana: Testimonianze fra cronaca e storia
Anno edizione: 2025
In commercio dal:20 gennaio 2025
Pagine:198 p., Brossura
Intro: “«Il Partito Comunista Italiano sbagliò a tacere sull’Istria. C’è una grande responsabilità del PCI per il silenzio sull’esodo dall’Istria, da Fiume e dalle coste dalmate. Ciò accadde perché il confine ideologico è prevalso su quello geografico.» (Luciano Violante). Durante il Secondo conflitto mondiale il PCI stabilì una stretta alleanza col Movimento Popolare di Liberazione Jugoslavo guidato da Josip Broz detto Tito, con un duplice scopo: puntare a sconfiggere i nazisti e i fascisti sul campo di battaglia e pensare agli sbocchi politici che si sarebbero palesati a guerra finita. Togliatti e i suoi dirigenti per avere l’appoggio di Tito sostennero più volte la cessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Marino Micich pone in evidenza, in maniera originale e ben documentata rispetto ai rari e incompleti studi apparsi sull’argomento, le lotte politiche e diplomatiche sorte nello stabilire i nuovi confini italo-jugoslavi, descrivendo la posizione politica del PCI assunta al confine orientale, il progetto di rivoluzione comunista da estendere al resto d’Italia e i rapporti tra Togliatti e Tito. Sottolinea inoltre le responsabilità dirette e indirette di quella collaborazione politica nei confronti delle stragi di massa nelle foibe e dell’esodo di circa 300.000 italiani dalle terre istriane, fiumane e dalmate.”
Ci sono libri che ti fanno compagnia a lungo, imponendosi prima all’attenzione quali ricche e valide letture, per poi imprimersi nella memoria quali tappe fondamentali di una presa di coscienza. Tale è stato per noi l’effetto di Togliatti, Tito e la Venezia Giulia – La guerra, le foibe, l’esodo 1943-1954, l’approfondito saggio pubblicato nel 2025 da Marino Micich.
L’autore, tra le altre cose, è il direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume Società di Studi Fiumani. Ed è proprio in questo piccolo ma importante museo di Roma, che custodisce innumerevoli cimeli e testimonianze tra cui anche alcune pregevoli opere pittoriche del Prof. Ettore De Franchi, fiumano di nascita, che nel maggio dello scorso anno siamo venuti a conoscenza del così denso volumetto, analizzato poi da noialtri con cura fino alle ultime note bibliografiche. Singolare e degna di nota anche l’occasione che ha propiziato tale scoperta: chi scrive fa infatti parte del Comitato Scientifico di Nino Benvenuti, un campione per amico, documentario del cineasta siciliano Gianni Virgadaula, proiettato poi in anteprima lo scorso 4 dicembre alla Casa del Cinema. Sicché il 9 maggio 2025, proprio presso l’Archivio Museo storico di Fiume, si stavano completando le riprese di tale film, con la visita del museo stesso e alcune significative interviste, in particolare quella a Simona Pellis dell’Unione degli Istriani e quella assai prestigiosa al leggendario Abdon Pamich, campione olimpico (e non solo) della Marcia azzurra.

Valeva insomma la pena di tracciare il sentiero che ci ha portato a tale lettura. Il resto lo ha fatto la così accurata ricerca storica di Marino Micich. Diviso in cinque capitoli arricchiti infine da un’appendice e da un emblematico prospetto relativo ai censimenti demografici in quell’area dell’Adriatico, Togliatti, Tito e la Venezia Giulia analizza quanto di drammatico è lì avvenuto nel corso del Novecento puntando i riflettori sulle rimozioni, sulle zone d’ombra, sui fatti più o meno noti ricollegabili alla presenza italiana a Fiume, in Istria, in Dalmazia, violentemente estirpata dopo la guerra col sistematico ricorso alla violenza, ai processi sommari, ad assai diversificate pratiche intimidatorie, ad atti terroristici come quella Strage di Vergarolla purtroppo a tanti pressoché ignota, agli stessi barbarici infoibamenti che ebbero tra le innumerevoli vittime Norma Cossetto e da cui si salvò per miracolo Graziano Udovisi, ultimo testimone oculare di quegli orrori scomparso nel 2010 a 85 anni,
Non è comunque un libro “fazioso”, quello di Micich. Al contrario, prende in esame svariate fonti storiche (anche quelle slovene e croate) per tracciare uno spaccato degli eventi il più ampio possibile, senza mai negare le responsabilità delle leggi fasciste e dell’occupazione italo-tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale, con le crudeli rappresaglie sui civili ordinate dagli alti comandi dell’Asse, nel trasformare quei territori in una polveriera politica e sociale. Ma un crimine non ne cancella né giustifica mai un altro. E quanto le autorità della futura Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia progettarono e posero successivamente in atto nella Dalmazia, in Istria e finanche a Trieste e a Gorizia, nei giorni di terrore durante i quali queste città restarono in balia delle forze d’occupazione, non può essere assolutamente minimizzato. Ebbe anzi tutte le prerogative della pulizia etnica, volta a cancellare o comunque ridurre all’osso la millenaria presenza italiana in tutte quelle terre.

Tuttavia, di foibe, eventi bellici ed esodo giuliano-dalmata Michich aveva già scritto altre volte, la peculiarità di questo libro è sottolineare con l’evidenziatore giallo determinate responsabilità politiche, dal ruolo egemone del Maresciallo Tito e dei suoi apparati di partito nell’orchestrare la spietata repressione dei nostri connazionali, cui vanno aggiunti peraltro tutti quegli slavi (non necessariamente “collaborazionisti”) da loro considerati nemici ideologici, fino all’oggetto forse più interessante (e scomodo) di tutta la ricerca, ovvero il ruolo a dir poco ambiguo per non dire nefasto della controparte comunista italiana, ben rappresentata da personaggi inflessibili quale Secchia e soprattutto da Togliatti, il “Migliore”, i quali in più di un’occasione sacrificarono il destino e conseguentemente le vite di tanti italiani per mero calcolo politico, ideologico; laddove la loro politica si orientava cinicamente e pedissequamente nella direzione tracciata da Stalin, dai “compagni” jugoslavi o successivamente dal Cominform, mentre la linea nazional-comunista dei “dirimpettai” associava al fanatismo ideologico il desiderio di liberare certe aree della Jugoslavia dalla plurisecolare presenza italiana, anche attraverso mezzi coercitivi e di inaudita brutalità.
L’autore non specula mai su tali tendenze, ma le puntella ogni volta con un accurato studio dei documenti, delle testimonianze, dei carteggi e dei saggi politici, spesso citati attraverso ampi stralci; e questo ci conduce fino al Dopoguerra, laddove gli stessi profughi istriani (tra i vari esempi, spiccano la testimonianza diretta dello scrittore Stefano Zecchi, all’epoca giovanissimo, oppure l’atteggiamento vergognosamente ostile agli esuli manifestato alla stazione di Bologna da parte di militanti comunisti e quadri della CGIL) subirono vessazioni inaudite in quella che era in ogni caso la loro patria, fino ad arrivare all’istituzione stessa del Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, ricorrenza anch’essa posta in discussione da quei settori della storiografia marxista il cui “negazionismo” appare espressione di stantii pregiudizi ideologici. Noi invece vogliamo ricordare. E vogliamo farlo anche grazie a libri come quello di Marino Micich, in cui l’evidente coinvolgimento e la passione non mettono mai in secondo piano obiettività e approccio onesto, lucido ai diversi eventi di volta in volta rievocati.

