
.
La richiesta
di Stefano Jacurti
Regia: Marco Belocchi
Teatro Tordinona (Via degli Acquasparta, 16, 00186, Roma)
Dal 27 al 30 novembre
da giovedì a sabato ore 21
domenica ore 18

Stefano Jacurti è in grado di portare il Western, il Mito della Frontiera e la fosca epopea della Guerra Civile Americana praticamente ovunque: cinema, videoclip, libri e altre forme di intrattenimento dal vivo fanno parte da tempo del suo “ricettario”. E ne fa parte anche il teatro. Conoscendone i precedenti lavori, di cui fa parte anche La storia di Ulysses S. Grant. Generale, presidente, viaggiatore ovvero l’avvincente, pionieristica e documentatissima biografia di tale personaggio recentemente pubblicata, lo si attendava in un certo senso al varco, sul palco del Teatro Tordinona, giacché l’idea stessa di uno spettacolo come La richiesta (regia di Marco Belocchi) ci è subito parsa complementare alla lettura del libro. O almeno strettamente connessa, come se costituisse l’ulteriore rifrazione di un immaginario sempre più ampio e sfaccettato. Ed è più in particolare nei panni di Generale dell’Unione, ritratto alla vigilia di un’importante battaglia contro i Confederati, che l’autore ha voluto ora proporsi al pubblico, trascinandolo in un viaggio nel tempo carico di emozioni.

Scommessa vinta, portare la Guerra di Secessione a Teatro? Diremmo proprio di sì. Non soltanto Jacurti è in scena un Ulysses S. Grant credibile, profondamente umano, determinato nell’azione ma non privo di scrupoli o di incertezze, ma anche grazie a una struttura drammaturgica solida e a un altrettanto convincente stuolo di interpreti si presenta quale motore di una rappresentazione che sa coniugare efficacemente intrattenimento e documentazione storica, dilemmi personali e drammi collettivi, momenti farseschi e decisioni drammatiche.
Fondamentalmente rispettoso, se si esclude quella cornice narrativa che andremo successivamente ad esporre, delle unità aristoteliche di azione, di tempo e di luogo, La richiesta è una pièce che quasi “scorsesianamente” (del resto l’autore ne sa molto anche di cinema) ha il proprio baricentro in una interminabile notte nel quartier generale unionista, che il comandante affronta tra la tentazione dell’alcol e le inevitabili ansie per l’esito dell’ormai imminente scontro con il nemico, ritrovandosi inoltre a vivere incontri (più o meno) ordinari con gli altri personaggi presenti nell’accampamento, come pure sorprendenti epifanie. Tale è senz’altro il rocambolesco arrivo nelle postazioni nordiste di una donna, interpretata con grande carisma da Virginia Colella, che ha voluto tentare la sorte mettendo così a rischio la propria vita, pur di chiedere clemenza per un prigioniero confederato, l’orgoglioso fratello. La presenza di un personaggio femminile di tale tempra è del resto la conferma di un sincero interesse per il ruolo (spesso trascurato) delle donne nel far west, che Jacurti (assieme al sodale Emiliano Ferrera) porta avanti da tempo anche in ambito cinematografico.

Non soltanto Jacurti e Colella, ma l’intero cast dello spettacolo propone le vibrazioni giuste per far rivivere questa drammatica pagina di Storia. Nella scena arredata con grande perizia e attenzione per i particolari, con tanto di immagine del Presidente Lincoln appesa alla parete, vediamo alternarsi altre figure maschili, dagli ufficiali dell’Unione vicini a Grant al classico inviato di guerra e al già menzionato prigioniero sudista, interpretati tutti con brio dai vari Giuseppe Renzo, Marco Belocchi, Alessio Fanelli e Andrea Di Maggio. Ma è a nostro avviso l’eccentrica cornice narrativa dislocata ai giorni nostri, cui si accennava poc’anzi, a rendere tutto lo storytelling ancora più appassionante: sono Arianna Cigni ed Eleonora Longobardi, entrambe brave e spigliate nel generare curiosità nello spettatore, a dar vita a quel gioco di scatole cinesi che di solito si fa apprezzare anche sul grande schermo, ogniqualvolta un dramma del passato venga fatto rivivere con simili espedienti, vedi il caso estremamente virtuoso del Titanic di James Cameron. Tutto ciò non fa avvertire minimamente la peraltro cospicua durata dello spettacolo, una “ballad” da cui né gli interpreti né gli osservatori in platea sembrano volersi più staccare, data anche la gioiosa passerella dei protagonisti, al seguito della bandiera unionista e di quella confederata, durante quelli che potremmo persino definire i “titoli di coda”. Ma neanche dopo, a ben vedere, considerando che “sciolte le righe” può esservi spazio per qualche altra gustosa apparizione, su tutte quella di un indomito Tex Willer tra il pubblico nella data in cui noialtri siamo stati a teatro.

