Vinicio Capossela scalda il Kaufleuten di Zurigo

L’11 febbraio 2025, al Kaufleuten, Vinicio Capossela ha messo in scena molto più di un concerto: un rito laico, una traversata nel suo personale atlante sonoro, dove ogni brano è porto e tempesta insieme.

Chi si aspettava una semplice scaletta ha dovuto rapidamente ricalibrare le aspettative. Capossela non “esegue” canzoni: le abita. E lo fa con quella teatralità sghemba e visionaria che lo rende un unicum nel panorama italiano. Il palco del Kaufleuten – club elegante, quasi borghese nella sua compostezza – è stato progressivamente trasformato in una taverna mitologica, un porto mediterraneo, un circo felliniano. Una metamorfosi continua, come il repertorio che la sostiene.

Un mix di musiche etniche

Dal punto di vista musicale, l’equilibrio tra arrangiamento e narrazione è stato chirurgico. Le orchestrazioni, spesso stratificate e ricche di suggestioni balcaniche e sudamericane, non sono mai risultate ridondanti: al contrario, hanno agito come estensione drammaturgica del testo. Fisarmoniche, ottoni e percussioni hanno costruito una grammatica sonora che scivola con naturalezza dal folk all’avanguardia, mantenendo però una coerenza interna rara. È qui che Capossela si distingue: nella capacità di rendere complesso ciò che sulla carta potrebbe sembrare eccentrico, senza perdere accessibilità emotiva.

La voce – ruvida, teatrale, volutamente imperfetta – è stata lo strumento più potente della serata. Non cerca mai la “bella esecuzione”, ma la verità espressiva. E quando affonda nei registri più bassi o si spezza in un falsetto inatteso, non è un difetto: è una scelta estetica, quasi politica.

Il pubblico segue il mood dei diversi momenti

Il pubblico zurighese, composito e sorprendentemente partecipe, ha risposto con un’attenzione quasi religiosa, alternando momenti di silenzio assoluto a esplosioni di entusiasmo. Non è un dettaglio secondario: Capossela richiede ascolto attivo, e qui lo ha trovato. In una città spesso associata a rigore e misura, si è consumato un piccolo atto di disordine poetico.

Se si vuole individuare un limite, lo si può forse rintracciare proprio nella densità dello spettacolo: a tratti, la sovrabbondanza di stimoli – visivi, sonori, narrativi – rischia di saturare. Ma è un rischio calcolato, quasi necessario per sostenere un impianto artistico che rifugge la linearità.

In definitiva, quello al Kaufleuten è stato un concerto che ha confermato Vinicio Capossela come uno dei pochi veri autori “totali” della scena italiana: musicista, narratore, attore. Un artista che non si limita a intrattenere, ma costruisce mondi. E, per una sera, Zurigo ha accettato volentieri di perdersi dentro uno di questi.

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