Voyeurs di Luigi Amendola
Regia e drammaturgia musicale: Mauro Toscanelli
con: Fabio Fantozzi, Masaria Colucci, Francesco Perinelli, Titti Cerrone, Massimo Napoli, Adriano D’Amico, Roberta Bobbi e Valentina Rancini
Una Produzione MELANCHÒLIA TEATRO

Il testo di Voyeurs, nonostante sia degli anni ’90, risulta ancora attuale. Toscanelli (che nel 1996 partecipò come attore, nel ruolo del giornalista, all’allestimento che ne fece il regista Sergio Romano) firma oggi la regia e la drammaturgia musicale di una rappresentazione che spazia da Max Richter a Eleni Karaindrou, passando per Vangelis e Aubry, oltre a scivolare continuamente verso l’assurdo, strizzando l’occhio a Ionesco e Schnitzler.

Il fulcro narrativo è al contempo semplice ed inquietante: sette sconosciuti, diversi per ruolo, carattere e visione del mondo (una signora peripatetica ansiosa, un ubriaco sgangherato, una prostituta, un giornalista in cerca di scoop, un domatore, un vigile del fuoco e una militante impegnata nella difesa della morale pubblica), sono accomunati dallo stesso marciapiede ma non riescono a relazionarsi veramente. La prossimità fisica sottolinea la distanza umana, acuita da un avvenimento: ad un certo punto compare una figura sospesa sul cornicione di un edificio, intenzionata a togliersi la vita. Ci si aspetterebbe una coesione volta a evitare la tragedia, che imponga una responsabilità comune, eppure ognuno resta pressoché indifferente, impegnato ad affermare il proprio ego, tra sofismi e strampalate congetture esistenziali. La minaccia della morte non solo non genera solidarietà dialogica e fattuale ma amplifica le ossessioni individuali.

L’urgenza della situazione mette in luce l’incapacità di tutti, novelle maschere da Commedia dell’Arte, di non cogliere fino in fondo il significato di ciò che stanno vivendo. Se fossimo dei Voyeurs insensibili al dolore altrui, spettatori ingabbiati nel proprio circo solipsistico senza un moto di coinvolgimento? I nostri microcosmi non si incontrano mai e se si sfiorano si inceppano proprio nel momento del bisogno? È più coraggioso chi va incontro alla morte o chi muore ogni giorno nella mediocrità e ipocrisia sociale? Le domande si moltiplicano fino a coinvolgere la platea, rapita dall’ottava figura, una sorta di Deus ex machina rovesciato che invece di sciogliere la situazione, condanna a passo di danza: la Morte è prodromica per i protagonisti, metaforica per chi guarda, fisica per il povero suicida, l’unico che la sceglie mentre gli altri la subiscono.
Erika Eramo
Foto di Grazia Menna

