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Gina Merulla, già vincitrice nel 2004 del secondo premio al Concorso Nazionale di Teatro “Premio Vittorio Gassman”, collabora dal 2008 con il regista e attore franco-senegalese Mamadou Dioume, con il quale ha portato avanti un progetto di ricerca stabile a Roma.
Con una tale preparazione alle spalle, Gina Merulla oggi si appresta a mettere in scena il progetto “Teatro fisico e teatro di parola: viaggio nelle forme espressive”, che si articolerà da febbraio ad aprile tra il Teatro Hamlet, naturalmente, e il Teatro Sala Vignoli (solo per la performance finale), entrambi in zona Pigneto a Roma.

Gina Merulla, da dove nasce l’idea di questo progetto e a chi si vuole rivolgere?
Presso il nostro Teatro vive un Centro di Ricerca e Innovazione Teatrale che sforna in continuazione idee e progetti nuovi per diffondere il nostro sentire teatrale in contesti sempre differenti. L’idea è quella di coinvolgere un numero sempre maggiore di persone per una divulgazione più ampia ed efficace. Se il fulcro del progetto è infatti dedicato alla Formazione di giovani attori e allievi attori, i momenti divulgativi, le conferenze e gli incontri sono invece destinati a tutti coloro che si interessano del Teatro in tutte le sue declinazioni.
Il programma è ampio, va da laboratori a workshop ad incontri e conferenze. Qual è il filo conduttore di queste attività?
Il filo conduttore del progetto è la dicotomia fra il Teatro fisico e il Teatro di parola che a lungo si sono caratterizzati come approcci ben distinti all’arte teatrale. Parola e movimento sono strumenti efficaci per veicolare concetti, idee ed emozioni e per molto tempo, e ancora negli ultimi anni, sono state identificate come strategie alternative e non complementari. L’idea di fondo del progetto è quindi esplorare i due mondi e comprendere come essi possano fondersi e confondersi in un unicum teatrale.
Il progetto è promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, ed è vincitore dell’Avviso Pubblico, curato dal Dipartimento Attività Culturali, per la concessione di contributi destinati a sale teatrali private con capienza inferiore a 100 posti. E’ un riconoscimento del suo valore, certamente, ma quanto è difficile oggi portare avanti proposte per teatri più piccoli? Quanto lavoro c’è dietro?
A lungo i Teatri “Off”, ossia i teatri più piccoli non di circuito, sono stati ignorati in quanto declassati a organismi culturali marginali. Negli ultimi anni però ci si sta rendendo conto che in realtà i piccoli teatri fanno parte del cuore pulsante della vita culturale di quartiere; si tratta di una dimensione in costante fermento vicina alla gente e come tale deve essere preservata. Il Comune di Roma sta dimostrando con l’ultima amministrazione grande attenzione a queste realtà riconoscendo il loro valore sociale, artistico e culturale.
Dal canto nostro continuiamo a lavorare con entusiasmo e a continuare la nostra “missione” sia a livello territoriale che nazionale: grazie alla collaborazione pluriennale con il Maestro Mamadou Dioume, e alla collaborazione con altri enti pubblici, abbiamo la fortuna di proporre progetti in tutta Italia sia a livello formativo che performativo.

Che aspettative ci sono per quanto riguarda la partecipazione del pubblico? Esperienze passate vi spingono ad essere ottimisti?
È il terzo anno di fila che partecipiamo alla call dedicata ai Teatri “Off” e devo dire che c’è sempre più interesse nel lavoro che proponiamo. Anche negli anni passati abbiamo avuto grande affluenza per tutti gli eventi formativi e performativi. Il primo anno fu dedicato a Shakespeare e alla sua opera immortale, mentre il secondo anno è stato il mito di Edipo a fare da protagonista. Quest’anno invece si tratterà di un lavoro un po’ più tecnico ma ugualmente affascinante, che coniugherà l’amore per i grandi classici del Teatro con l’esplorazione vocale e corporea.
Progetti come questo riteniamo siano importantissimi. Si parla da un po’ di tempo di un certo, generale declino culturale. Lei come crede che il teatro possa contribuire, se è ancora in grado, ad invertire questa tendenza soprattutto quando si tratta delle nuove generazioni?
In primo luogo è fondamentale la sensibilizzazione; l’educazione teatrale deve iniziare dai bambini e ragazzi e proseguire a tutte le età e a tutti i livelli sia per quanto riguarda gli spettatori che i professionisti del settore. Al giorno d’oggi il digitale domina comunicazioni, informazioni, intrattenimento e la fruizione dei contenuti avviene sempre più spesso in solitudine attraverso uno schermo. E’ tutto improvvisato, veloce, privo di sostanza. Oggi più che mai abbiamo bisogno dell’esperienza di condivisione intellettuale, psicologica ed emotiva che il Teatro può regalare a tutti noi.
Massimo Brigandì

