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Intro: Uno spettacolo itinerante per indagare le radici e le origini arcaiche della nostra cultura, attraverso l’Arte.
Calipso è simbolo di un femminile destinato all’infelicità: amante instancabile che, per sette lunghi anni, continua ad amare un uomo, nonostante i suoi rifiuti, e che “…a forza lo trattiene” e lamenta l’ingiusto maschilismo degli dei per i quali sono consentite le unioni con le donne, mentre alle dee non è consentito di unirsi agli uomini mortali.

Un po’ come Ulisse ci eravamo persi strada facendo, ma nel corso della stagione teatrale e non durante il ritorno ad Itaca. Qui si sta ovviamente ironizzando, con tocco leggero, su una nostra lacuna. Ci si è infatti ritrovati a riflettere più approfonditamente soltanto ora, nel bel mezzo di una torrida estate, su uno degli spettacoli più intensi cui si è assistito nei mesi scorsi: Teatro fuori luogo. Calipso – Un viaggio tra Arcaico e Contemporaneo, di e con Caterina Stillitano, andato in scena il 12 e 13 aprile a Roma presso il Teatro di Documenti. E qui tocca aprire una parentesi proprio sulla location. Annoverabile tra gli spazi più suggestivi della capitale, il Teatro di Documenti si lega nei nostri ricordi a svariati spettacoli di spessore, alcuni dei quali avevano saputo metterne a frutto proprio la possibilità di utilizzare più di una sala, più di un ambiente, per assicurare alla rappresentazione un carattere itinerante. Come ha fatto egregiamente in questa occasione la stessa Caterina Stillitano.

Altro elemento meritevole di un pur fugace approfondimento è il tema esplorato, ovvero un tema riconducibile alla classicità, al Mito. A riprova del fatto che certi pilastri della cultura greco-romana ci parlano ancora oggi con una profondità rara e possono essere ripresi da una invidiabile molteplicità di prospettive. E qui il parallelo più forte che ci viene in mente non è con qualche altro spettacolo andato in scena al Teatro di Documenti, bensì col Polifemo Innamorato di Giovanni Calcagno cui abbiamo assistito nell’autunno 2024 alla Domus Aurea, laddove la fonte principale che ha ispirato l’interprete/autore (un sovrapporsi di ruoli che ci riporta ugualmente alla Stillitano) risulta invece essere l’Idillio di Teocrito, intrecciato con le Metamorfosi di Ovidio così da innervare di suggestioni nuove (tra cui un uso straniante delle diverse inflessioni italiche: dialetti come il siculo, il veneto e il napoletano, destinati qui a fondersi con il greco antico) la storia dell’amore non ricambiato di Polifemo per la ninfa Galatea. A colpirci lì era stata anche la pressoché osmotica interazione di Giovanni Calcagno con le marionette di Bianca Bonaconza, da parte dell’attore una specie di stilizzata danza capace di coniugare alla perfezione la dimensione corporea e quella spirituale. Ed è questo forse il punto di maggior contatto con la Calipso di Caterina Stillitano. La performer, dopo aver di fatto accolto gli spettatori in un ambiente più piccolo che presenta alle pareti alcuni dei suoi lavori, li guida nelle stanze successive in una serie di percorsi che la vedono duettare con quelli che non sono semplici oggetti di scena: presenze silenti ma di rara eloquenza, sono quelli che l’autrice stessa definisce Costumi-Scultura, da lei creati artigianalmente con una incredibile varietà di materiali e pronti a essere ricomposti in scena, indossati, smontati, così da riconfigurare una rete di relazioni spaziali sempre cariche di senso.

Nel suo farsi largo con movenze lente, ieratiche, che a chi scrive hanno persino ricordato per il controllo del corpo certe forme tradizionali del teatro giapponese, Caterina Stillitano alias Calipso instaura coi già menzionati Costumi-Scultura un rapporto che simula quello con l’amato, seguendone passo passo prima il desiderio di legarlo a sé (gesto più volte reiterato, in scena) e infine l’amara rinuncia. Tutto questo avviene mentre una voce registrata recupera i passaggi dell’Odissea e gli altri risvolti della Tradizione, rafforzando peraltro i severi moniti degli Dei con un commento musicale sempre molto appropriato, intenso, incalzante. Nell’ultima stanza tutti i nodi vengono al pettine, anticipando l’addio di Odisseo. Le piccole barche disposte dalla performer sul pavimento (e ci assicurano fosse ancora più suggestiva la situazione in una delle precedenti rappresentazioni che ha avuto luogo all’aperto, sul mare, presso l’antica fortificazione di Isola di Capo Rizzuto) alludono metonimicamente alla partenza. Un momento di tango si presenta tra i più vibranti dell’intero spettacolo. Ed è alla fine la protagonista stessa a prendere la parola, condensando tutta l’esperienza (da intendersi qui sia come drammaturgia, sia come vissuto personale che ne pone in qualche modo le basi) nel poetico monologo (“Questo corpo”) declamato in quel dialetto calabrese la cui musicalità, la cui densità, la cui consistenza quasi materica, ci spinge a congedarci dal lettore citandolo per intero:
Questo corpo,
Stortu
Chicatu
fasciatu
Mbolicatu
bloccatu, soffocatu e appsantitu…
sctrinciutu, mpendutu e mpccatu
Stu corpu,
Tagghiatu e cusutu, e ritagghiatu e ricusutu
Rapirutu, addirizzatu, bloccatu e richiusu
Curcatu e lizatu, curcatu e lizatu
Stu corpu,
Ca un sapiva chiù caminari,
un sapiva chiù sagghiri e calari,
C’u sa saputu chiù chicari,
né a nu scpecchiu ricanusciri,
Stu corpu
ca si po’ rumpiri e sganciari
stu corpu
ca sta sempi scparu stu corpu
stu corpu sciancatu e scpagnataru
stu corpu
è tisu stu corpu,
stu corpu
stu corpu è tisu

