L’uscita italiana di Neuroqueer – Autismo e futuri postnormali, edito a dicembre 2025 nella collana àltera di ETS Edizioni, rappresenta senz’altro un evento, almeno per quanto riguarda la diffusione nostrana di un panorama – quello degli studi critici sull’autismo e degli studi sulla neurodiversità – che fino a pochi anni fa restava in larghissima parte inedito nel nostro paese. Quello di Nick Walker, accademico1, scrittore e saggista statunitense, tra i primi teorici del paradigma della neurodiversità e iniziatore della teoria neuroqueer, è per molti versi un testo “fondativo” di questo filone: fondativo perché articolato, in realtà, lungo un arco di tempo di circa un decennio (il libro è composto di una serie di saggi, che si estendono dai primi scritti di Walker, risalenti all’inizio degli anni ‘10 e pubblicati originariamente su riviste accademiche e/o sul suo sito, fino al 2021, anno della pubblicazione originale della raccolta negli Stati Uniti); fondativo soprattutto per l’importanza rivestita dal concetto stesso di paradigma – termine di cui lo stesso autore descrive chiaramente le implicazioni – mirato a rovesciare del tutto il modo di concepire, considerare e rapportarsi a modalità di esperienza neurocognitiva, e di esistenza, normalmente patologizzate come quella autistica (insieme alle tante altre di cui sempre più spesso, da qualche tempo, sentiamo parlare come di neurodivergenze).
Un paradigma, quello descritto da Walker, che nonostante il suo impatto di rottura rispetto a ciò a cui vuole contrapporsi (il paradigma patologico, che considera invece l’autismo come un “difetto” interno all’individuo, da correggere o avvicinare il più possibile a una modalità di esistenza “normale”) fin dall’inizio viene nondimeno presentato come aperto e inclusivo (termine fin troppo abusato, ma qui calzante) verso le più varie espressioni di non conformità; e di cui si coglie chiaramente, nel corso del libro, l’evoluzione e l’affinamento concettuale: dall’iniziale, esplicito radicamento nella politica dell’identità – con le categorizzazioni esplicite e definitorie di termini quali neurotipico, neurodivergente e neurominoranza, e la prima teorizzazione del concetto di neurocosmopolitismo – al rifiuto radicale, nell’ultimo e più recente capitolo, di qualsiasi forma di essenzialismo, con lo sviluppo e la sistemazione rigorosa (ma a sua volta tutt’altro che “chiusa”) del concetto e della pratica di neuroqueer.

Neuroqueer – Autismo e futuri postnormali si compone di tre parti, ognuna a sua volta articolata in un certo numero di saggi; saggi generalmente di estensione medio/breve, spesso – nel caso del materiale più datato – corredati di appendici, approfondimenti e/o commenti più recenti da parte dello stesso autore. Nella prima parte, intitolata “Il paradigma della neurodiversità”, si descrivono la genesi, i contorni e l’evoluzione del concetto di neurodiversità, le sue origini nell’ambito dell’attivismo e dei movimenti sociali per i diritti delle persone autistiche (in gran parte originatisi in rete), il suo ingresso in accademia, le varie elaborazioni a cui ha dato origine e la successiva introduzione di necessari corollari come quello di neurodivergenza e neurominoranza; nella seconda parte, dal titolo “Impoteramento autistico”, si stringe il campo sulle pratiche dell’attivismo, sulla sua storia e sulle sue evoluzioni nel corso dell’ultimo ventennio; Walker, qui, ha modo di sviluppare ulteriormente il carattere radicale e trasformativo del paradigma da lui elaborato, il suo essere pensato come strumento politico da utilizzare nelle pratiche quotidiane, a partire dal linguaggio (a cui tutto il libro, nel suo complesso, dà un peso fondamentale) e dallo sguardo critico sulle rappresentazioni mainstream dell’autismo, col loro risultare in varia misura informate (spesso in modo subdolo e non diretto) dai presupposti oppressivi del paradigma patologico; in questa parte, in particolare in saggi come “Sullo stimming” e “Questo è l’autismo”, l’autore inizia ad esplorare attraverso esempi concreti le incarnazioni (termine che nel libro ricorrerà più volte) del corpo-mente autistico, la decostruzione della lente patologizzante con la quale queste vengono normalmente inquadrate, e i modi in cui tale decostruzione può essere portata nel rapporto concreto e quotidiano con le persone autistiche (particolarmente rilevanti si rivelano, in questo senso, i due paragrafi dedicati ai genitori e ai professionisti del mondo medico che si trovino a lavorare con persone autistiche). La terza parte, intitolata “Possibilità postnormali”, è infine quella di più recente concezione, e a nostro avviso anche quella che restituisce compiutamente il senso dell’intero lavoro: l’evoluzione, cioè, della ricerca di Walker verso una più chiara definizione e applicazione pratica – con tanto di esempi concreti – del concetto di neuroqueer, nella sua tripla accezione di verbo (declinato in italiano in neuroqueerizzare), aggettivo e – laddove ciò risulti utile ai soggetti che vogliano farsene portatori – etichetta identitaria.

Va detto che Neuroqueer – Autismo e futuri postnormali (il titolo originale, Neuroqueer Heresies, rendeva ancor più chiaramente il carattere sovversivo e di rottura del lavoro di Nick Walker) non cerca mai l’autoreferenzialità, né tantomeno la chiusura in quel contesto di letteratura accademica anglosassone di cui comunque, sulla carta, fa parte; nonostante l’autore non faccia mistero della sua formazione nei campi della psicodinamica, della psicologia somatica e delle scienze sociali – nonché delle loro intersezioni col femminismo e con quella teoria queer che nell’ultima frazione del libro diventa la base per l’elaborazione dei concetti di neuroqueer e di neuroqueerizzazione – quello di Walker vuole essere, principalmente, il manuale divulgativo di un progetto politico e un vero e proprio manifesto di liberazione; un manifesto che punta a farsi anche (e soprattutto) invito all’azione e alla resistenza verso quella (neuro ed etero) normatività che viene imposta dal capitalismo neoliberista. Un manifesto che inoltre, come l’autore chiarisce in modo inequivocabile nell’ultima parte, è pensato come rivolto, indistintamente, a chiunque ne voglia accogliere il messaggio radicale e trasformativo: che si tratti, o meno, di persone “neurodivergenti dalla nascita”, per riprendere la felice espressione utilizzata da Walker, e a prescindere dalla loro identità di genere e/o orientamento sessuale.
I riferimenti degli scritti che lo compongono sono tanti ed eterogenei (non abbiamo citato, ma è ovviamente compreso, il modello sociale della disabilità degli anni ‘70, che fu a sua volta base per la prima elaborazione collettiva, oltre un ventennio dopo, del concetto di neurodiversità); ma la prosa dell’autore – ottimamente resa dalla traduzione italiana – è volutamente accessibile, nonché – in molte parti – virata verso suggestioni narrative e liriche, capace di farsi insieme divulgativa e accattivante. Come viene scritto alla fine del volume sia nella nota della traduttrice feminoska (già responsabile delle versioni in italiano degli splendidi Bestie da soma – Disabilità e liberazione animale di Sunaura Taylor, e Canti della Nazione Gorilla – Il mio viaggio attraverso l’autismo di Dawn Prince-Hughes, entrambi editi da Edizioni degli Animali) sia nella postfazione dello studioso e attivista italiano Fabrizio Acanfora, il testo di Nick Walker è adatto sia a chi si addentri per la prima volta in questo mondo (un “mondo” che vede il nostro paese, come spesso accade, in netto ritardo rispetto al contesto anglosassone, quanto a recepimento e circolazione dei discorsi) sia a chi abbia già iniziato il processo di neueroqueerizzazione della propria esistenza, e punti a proseguirlo in modi sempre più liberi e creativi. Potenzialmente infiniti, diremmo, come emerge chiaramente a fine lettura: proprio perché, per citare le parole dello stesso autore, “lo spazio fuori da un armadio è sempre infinitamente più vasto dello spazio al suo interno”.
Marco Minniti
- Nick Walker, persona queer, aveva dichiarato di voler utilizzare per sé i pronomi femminili (she/her) all’epoca dell’uscita originale del libro, salvo poi tornare all’uso del maschile a inizio 2025, come si può evincere dalla sua pagina Wikipedia (https://en.wikipedia.org/wiki/Nick_Walker_(scholar)). La traduzione italiana sceglie di utilizzare lo schwa (ə) sia per riferirglisi, sia più in generale quale forma sostitutiva del maschile sovraesteso; qui abbiamo preferito – coerentemente sia con la più recente volontà dell’autore, sia con le usuali scelte editoriali del sito – uniformare i riferimenti alla sua persona al maschile, limitando al contempo il più possibile, nel resto dello scritto, l’uso del maschile sovraesteso. ↩︎
N.d.R.: Il libro sarà presentato il prossimo 22 gennaio alle ore 18.30 presso la Libreria Antigone in via dei Piceni 1

