Pietre sommerse di Jordi Penner

Pioggia di premi e di consensi, per il cineasta trentino, a Videocorto Nettuno.

Per coloro che concentrano la propria attenzione sui festival di cortometraggi, facile concordare sul fatto che siano sempre di più, soprattutto tra le nuove leve, i cineasti italiani meritevoli di attenzione. Un avvenimento come Videocorto Nettuno ogni anno ce ne dà la conferma. E non a caso con il cinema di Jordi Penner ci eravamo confrontati una prima volta proprio a Nettuno, un paio di anni fa: nel 2021 il suo cortometraggio Amore Cane era stato premiato al festival per la miglior colonna sonora, realizzata interamente dai The Bankrobber. Riconoscimento importante, per un lavoro in cui le scelte musicali accompagnavano bene una storia originale, un montaggio ben concepito e uno svolgimento narrativo inusuale.

A quanto pare non è solo l’assassino a tornare sul luogo del delitto. E così Jordi Penner l’abbiamo incontrato di nuovo proprio al 38° Videocorto Nettuno, edizione del festival per lui ancora più fortunata, felice, visto che il suo nuovo cortometraggio intitolato Pietre sommerse ha fatto incetta di premi, costringendo l’autore a fare avanti e indietro dal palco più volte, per ritirarli tutti. A un certo punto ci siamo illusi che sarebbe stato richiamato indietro per ricevere anche la medaglia d’oro della maratona, visti i kilometri percorsi!

Facezie a parte, senz’altro significativo l’elenco dei riconoscimenti, tributati dalla nutrita, qualificatissima giuria presieduta dallo sceneggiatore e regista Graziano Diana: Videocorto d’Argento (ovvero il premio per il secondo miglior film in concorso), Miglior Regia, Miglior Fotografia e Miglior Titolo, premio quest’ultimo assegnato a Nettuno per la prima volta.
Dopo essere partiti così, in quarta, forte è il rischio di apparire come quelli che vanno a sistemarsi comodi sul carro del vincitore. In realtà, l’autore stesso potrebbe testimoniare che, già al termine della prima proiezione in programma, ci siamo avvicinati con l’intenzione – testimoniata poi da una fugace domanda durante il Q&A col pubblico – di approfondire certi temi e lo stesso stile del corto. Questo perché Pietre sommerse ci è parso da subito un lavoro ancora più maturo, più intenso del precedente, grazie alla struttura narrativa scarna, essenziale, ma in grado di sostenere con fierezza il peso dei ricordi e delle esperienze di vita dei protagonisti: due fratelli dal passato difficile, uno che è stato in grado di “normalizzare” più dell’altro il proprio percorso esistenziale, mentre del secondo purtroppo si sa che entra ed esce da un centro di recupero.

Già, quei pesi che uno a volte è costretto a trascinarsi dietro per tutta la vita. Con la splendida cornice del Lago di Ledro sullo sfondo, il trentino Jordi Penner ha saputo ottimizzare al meglio la metafora: ricorre infatti più volte l’iconica sequenza della camminata fatta da ragazzi sul fondo del lago, per sfida, con una pietra in braccio per ancorarsi sott’acqua e restarci più a lungo degli altri. Un luogo dell’infanzia, caro anche al regista. E un piccolo rito d’iniziazione. Sebbene tale ricordo diventi strada facendo, man mano che le sofferte esperienze dei due fratelli (quello che ha dovuto fronteggiare abusi in prima persona, ma anche l’altro che indirettamente ha dovuto farsene carico) si affacciano tra le pieghe e le meditate ellissi del racconto, una sorta di riedizione del mito di Sisifo. Con quel masso da trascinare in eterno: Camus docet, a proposito delle più profonde implicazioni esistenziali di tale racconto mitologico. Ma l’autore del corto per i suoi personaggi sembra nutrire anche un sentimento di Pietas, che si avverte ad esempio nel finale aperto, laddove il desiderio di continuare a sostenersi a vicenda (si potrebbe parlare anche di “resilienza”, ma il termine pare oggi abusato) fa breccia – seppur con difficoltà – nella malinconia lacustre.

Di Pietre sommerse colpisce anche l’urticante naturalezza dei dialoghi, affidati alle interpretazioni di rara intensità dei due protagonisti, attori con trascorsi di notevole interesse come Michael Schermi (La notte prima degli esami, Il primo Re, Siccità) e Gabriele Falsetta (Il mio nome è Vendetta, Blanca, Monterossi, Vostro Onore); senza contare la partecipazione speciale di Giulia Grandinetti, incontrata da Penner proprio durante quella prima esperienza a Nettuno (a riprova della magia che tale festival ogni anno rinnova), che per il corto si è occupata (con indubbia efficacia) anche del casting. A completare l’impressione che attorno a Jordi Penner si possa radunare una piccola factory alpina, va assolutamente segnalata la fotografia del roveretano Nicola Cattani, sodalizio ormai consolidato che qui ha saputo sublimare la bellezza del Lago di Ledro rendendolo insolitamente ombroso, plumbeo, come a rispecchiare le ombre nel passato dei due fratelli.

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