Bergamo Film Meeting 2024 rende omaggio a Otar Iosseliani

Quest'anno a Bergamo la personale completa dedicata a Otar Iosseliani e un omaggio a Sacha Guitry
Quest'anno a Bergamo la personale completa dedicata a Otar Iosseliani e un omaggio a Sacha Guitry
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Bergamo Film Meeting dedica in anteprima nazionale una personale completa al regista Otar Iosseliani, attento osservatore dei comportamenti umani e lungamente osteggiato dalla censura sovietica, e omaggia il cinema del prolifico e brillante Sacha Guitry.

La 42a edizione di Bergamo Film Meeting, in programma dal 9 al 17 marzo 2024, celebra il regista e sceneggiatore georgiano naturalizzato francese Otar Iosseliani, recentemente scomparso, con una personale completa in anteprima italiana; attento osservatore dei comportamenti umani e lungamente osteggiato dalla censura sovietica è stato un autore acclamato dalla critica internazionale e ha conquistato numerosi riconoscimenti tra cui Venezia, Cannes e Berlino.

La sezione del Festival dedicata alle retrospettive storiche si completa poi con un omaggio al prolifico e brillante Sacha Guitry, attore, sceneggiatore, drammaturgo e regista, tra le personalità più affascinanti e versatili del teatro e del cinema francese del Novecento.

Otar Davidovič Iosseliani (Tbilisi, 1934 – Tbilisi 2023) è stato un regista, sceneggiatore e attore georgiano naturalizzato francese. La passione giovanile per la musica (studiò pianoforte al Conservatorio di Tbilisi – all’epoca parte dell’Unione Sovietica – prima di scoprire la sua passione per il cinema) e le scienze non lo ha mai abbandonato; la sua opera è improntata a strutture analoghe alla sinfonia o alla sonata e a una continua ricerca di precisione formale spinta all’estremo e mai fine a sé stessa. Gli stessi rapporti tra personaggi sono segnati da confronti tra vuoti e pieni, silenzio e suoni, come in una partitura musicale.

Negli anni ’50 si trasferisce a Mosca dove si iscrive alla facoltà di Matematica per poi abbandonarla e frequentare la celebre scuola di cinema VGIK, dove studia sotto la guida di grandi maestri come Aleksandr Dovženko e Mikhail Romm.

Dopo aver girato un paio di corti, nel 1961 si diploma e realizza un mediometraggio, Aprili, che non ottiene l’autorizzazione a circolare. Con i film seguenti ‒ La caduta delle foglie (Giorgobistve, 1966), suo primo lungometraggio, C’era una volta un merlo canterino (Iko shashvi mgalobeli, 1971) e Pastorale (Pastorali, 1976) – i problemi con la censura sovietica si aggravano al punto da costringerlo a cercare finanziamenti in Francia, dove gira alcuni film, e si stabilisce infine a Parigi. Inizia allora una nuova fase creativa, con I favoriti della luna (Les Favoris de la lune, 1984) in cui, servendosi di un esile filo narrativo ‒ una collezione di porcellane del 18° secolo e un ritratto femminile ottocentesco che passano di mano in mano nel corso degli anni ‒ Iosseliani organizza un girotondo di personaggi, tutti dediti a rubare, in senso reale o metaforico, a cui segue Un incendio visto da lontano (Et la lumière fut, 1989), quasi un documentario etnografico che racconta della distruzione di un piccolo villaggio africano. Entrambi i film vincono il Premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia. I suoi lavori in questo periodo esplorano la condizione umana, la libertà individuale e le dinamiche sociali, con una sottile ironia e una prospettiva critica nei confronti del mondo. I suoi film, che lui descrive come semplici, onesti e testardi, “ottimisti senza dimenticare che tutto finirà male”, costituiscono un corpus di opere stranamente poetiche, delicatamente burlesche e ironiche, ispirate a René Clair, Buster Keaton e Jacques Tati.

Nel 1991 realizza Caccia alle farfalle (La Chasse aux papillons), mentre nel 1995 gira Briganti, briganti (Brigands, chapitre VII), con il quale ottiene per la terza volta il Gran premio speciale della giuria a Venezia.

Seguono poi Addio terraferma (Adieu, plancher des vaches, 1998), storia di un marabutto (un trampoliere africano) che si intrufola nei ricevimenti chic; Lunedì mattina (Lundi matin, 2001), Orso d’argento per la regia al Festival di Berlino; e Giardini in autunno (Jardins en automne, 2005), dove uno strepitoso Michel Piccoli veste i panni della madre del protagonista. Ritorna sul grande schermo cinque anni dopo con Chantrapas (2009), che narra le avventure di un regista georgiano trasferitosi in Francia per sfuggire alla censura del suo Paese, ma viene sottoposto a un’altra forma di censura, quella economica.

Nel 2014 gira l’ultimo film, Chant d’hiver, sull’assurdità delle rivoluzioni e sulle conseguenze paradossali che ognuna di esse porta con sé.

Iosseliani è stato negli anni anche un raffinato documentarista; ne sono esempio Ghisa (Tudzhi, 1964), dove si racconta una giornata di lavoro presso la fabbrica metallurgica di Rustavi, in Georgia; Antichi canti georgiani (Dzveli qartuli simgera, 1968); Euzkadi été 1982 (1982), sui Paesi Baschi francesi e i suoi abitanti; Un petit monastère en Toscane (1988), sulla quotidianità di una piccola comunità di agostiniani francesi nel monastero di Castelnuovo dell’Abate; e il monumentale documentario di quasi quattro ore Seule, Géorgie del 1993 che ripercorre 2000 anni di storia turbolenta della Georgia attraverso filmati d’archivio e estratti da film.

Sacha Guitry (San Pietroburgo 1985 – Parigi 1957), all’anagrafe Alexandre-Pierre Georges Guitry, è stato un attore, sceneggiatore e regista francese. Figlio del celebre attore Lucien Guitry, sin da giovanissimo frequenta l’ambiente teatrale dell’epoca. Dopo alcuni anni trascorsi a San Pietroburgo, la famiglia si trasferisce a Parigi nel 1891. Qui, Sacha entra in collegio, ma dimostra scarsa inclinazione per gli studi. Si dedica invece al teatro, scrivendo pièce e recitando commedie al Théâtre de la Renaissance, diretto dal padre, ma per forti contrasti personali se ne allontana. Il distacco durerà parecchi anni. A soli diciassette anni scrive e interpreta La Page e tre anni dopo si fa conoscere al grande pubblico con Nono, ottenendo un grande successo. I suoi modi di aristocratico sprezzante e sarcastico, il suo eloquio brillante, fanno di lui un personaggio di spicco della vita parigina nei primi anni del ventesimo secolo. Maestro nel genere del vaudeville, sforna pièce a ripetizione, portando sul palcoscenico gli echi della sua vita privata: passa da un matrimonio all’altro, alimentando sia la cronaca rosa che gli incassi del proprio teatro.

Nel 1915 affronta per la prima volta il cinema firmando la regia di Ceux de chez nous, una collezione di ritratti di grandi artisti francesi dell’epoca, con l’intento di dimostrare – in piena Prima guerra mondiale – la superiorità artistica della Francia sui suoi nemici. Dopo questa prima esperienza abbandona il cinema fino al 1934, quando ormai il sonoro si è affermato nella produzione cinematografica. Dopo un paio di prove, realizza Bonne chance! (1935), una commedia leggera e scintillante che racconta il viaggio di un uomo e una donna dopo una vincita alla lotteria, con il patto che tra loro ci sia solo una relazione platonica. Pur costruito come un’opera teatrale, il film è già pienamente rappresentativo della maniera cinematografica di Guitry, caratterizzata dalla presenza di un attore-istrione dalla verve inesauribile, da dialoghi gustosi e battute a raffica, ma anche da un senso di leggero cinismo e da un fondo di delicata amarezza.

Fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale gira numerose commedie interpretate in coppia con la moglie Jacqueline Delubac, diventando un maestro del cinema di intrattenimento e un innovatore del linguaggio cinematografico, di cui ne sono testimonianza i titoli di testa pieni di inventività, i prologhi estremamente liberi e le autentiche acrobazie narrative. Ne Il romanzo di un baro (Le roman d’un tricheur, 1936), film tratto dal suo unico e omonimo romanzo scritto e pubblicato nel 1934, il racconto si dipana attraverso l’uso predominante delle immagini, alle quali si accompagna la voce fuori campo dell’autore in chiave di commento. In piena Seconda guerra mondiale, mentre la Francia è occupata dai tedeschi, Guitry raggiunge l’apice della fama, continua a recitare, a dirigere film, a girare il mondo, a moltiplicare i gala di beneficenza, e a vivere nell’agiatezza: uno stile di vita che genera un certo malcontento e che non gli sarà perdonato. Alla Liberazione è tra i primi nelle liste di epurazione. Sospettato di collaborazionismo passa sessanta giorni in prigione, poi riabilitato per essersi speso nell’aiutare le persone a sfuggire alle persecuzioni. Riprende a girare nel 1947: tra i suoi ultimi lavori – segnati da una feroce ironia, pervasa da un’amarezza devastante – va ricordato in particolare Ho ucciso mia moglie (La poison, 1951) interpretato da uno splendido Michel Simon nel ruolo di un marito che escogita l’uccisione della moglie in modo da garantirsi l’immunità. 

Sacha Guitry muore il 24 luglio 1957. Il suo feretro è sepolto nella tomba di famiglia al cimitero di Montmartre, dove si trova anche François Truffaut, suo grande ammiratore.

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