Intervista ad Alessia Oteri

Dal teatro di Matei Vișniec ai nuovi spettacoli in programma al Teatro Marconi, ecco cosa ci ha raccontato la brillante performer e regista teatrale

Grazie al Teatro Marconi ci siamo confrontati più volte, negli ultimi mesi, con le regie teatrali di Alessia Oteri, più in particolare coi suoi vibranti adattamenti dei testi di un autore che sta contribuendo a far conoscere meglio anche il Italia, il grande drammaturgo rumeno Matei Vișniec. Abbiamo però intuito che dietro una realtà come MetisTeatro si etende un universo ancora più ampio da esplorare… e da narrare. Da tale intuizione è nata la ricca conversazione con l’artista, che ci apprestiamo a riassumervi.

Possiamo solo immaginare quanto sia difficile condensare una storia che è già così ricca, Alessia, ma ci vorresti raccontare come è nato MetisTeatro e quali sono stati finora i momenti più belli affrontati insieme?

Metis nasce nel momento in cui ho iniziato ad insegnare e ho formato il primo gruppo, quindi ad ottobre 2002, esattamente 20 anni fa. Ci chiamavamo Aspirantinonattori, tanto per scoraggiare eventuali velleità professionali (i corsi allora erano già tanti.. anche se non così tanti!): avevo 5 allievi e il primo debutto lo abbiamo fatto nella saletta in cui provavamo, si chiamava “Piccole cose”. Poi nel 2009 abbiamo fondato MetisTeatro, una realtà attorno a cui gravitano tra le 80 e le 90 persone ogni anno.

Momenti belli… tantissimi: dagli ultimi… la bellissima festa per Matéi Visniec organizzata a giugno al Teatro Marconi, il riconoscimento da parte del Ministro della Cultura romeno per la nostra attività, le tante possibilità di avere accesso a luoghi di straordinaria bellezza – le aree archeologiche di Ostia Antica, Appia Antica, Malborghetto Flaminio, fino a tanti siti archeologici della Toscana – grazie all’ascolto da parte di Enti Pubblici e alla credibilità che abbiamo dimostrato nel corso negli anni, i bandi vinti (quattro durante il periodo covid), le centinaia di volte i cui siamo andati in scena negli spazi più diversi e per i pubblici più eterogenei e soprattutto la vita che attraversa Metis. In Metis c’è un potenziale artistico ed umano incredibile. Siamo davvero una comunità di persone. E provo profonda gratitudine ogni volta che ci penso.

Qual è stata invece, riassumendone anche qui le tappe fondamentali, la tua formazione in ambito teatrale?

Mi sono formata giovanissima all’Accademia di Danza, e a 15 anni ho iniziato a frequentare un laboratorio teatrale al liceo. Da allora non ho mai smesso di fare teatro. Mi sono diplomata alla Scaletta di Gianni Diotajuti e ho fatto tanto, tanto, tanto teatro: matinée, estive, tournee. Alla pratica della scena ho affiancato una formazione teorica che mi ha restituito tanto negli anni. Sono laureata al Dams, ho proseguito con un Dottorato di ricerca a Siena, un Master a Roma e per dieci anni sono stata cultrice della materia per Giancarlo Sammartano. La teoria è l’impalcatura della mia formazione; la pratica della scena che ho attraversato come attrice e poi insegnante e regista è il nucleo del mio fare teatro. Il teatro si impara facendolo. Sporcandosi. Qualcuno ha detto Il teatro non si insegna, si impara. È una grandissima verità a mio avviso.

Passiamo ora a ciò che ci ha fatto incontrare: il teatro del grande drammaturgo rumeno Matei Vișniec. Come è nato questo vostro sodalizio artistico e in che modo è stato affrontato, specie all’inizio, il discorso relativo alla traduzione delle sue opere?

Il primo incontro con la drammaturgia di Matéi Visniec è stato fortuito: cercavo testi, come sempre. David Conati, uno dei traduttori di Visniec in Italia, mi inviò Il comunismo spiegato ai malati di mente. Me ne innamorai. E con me tutto il gruppo. Grazie a Caterina Cosentino, una tra le mie ragazze, avviammo un dialogo con l’autore: chiedevamo, volevamo sciogliere e comprendere alcuni nodi del testo. Visniec, con grande disponibilità, rispondeva in modo sempre puntuale, lasciandoci però con il nostro pugno di domande inevase. Solo dopo, imparando a conoscerlo, abbiamo compreso che il teatro di Visniec è costruito proprio per lasciare domande aperte. Dilemmi, come ha avuto più volte modo di dire.
Mi preme sottolineare la grande disponibilità e attenzione che Matéi Visniec ha manifestato sempre in questi anni nei nostri confronti, l’ascolto, la cura. Ancor prima di incontrarlo di persona, nei nostri scambi mail, Visniec ci ha restituito tutta la sua straordinaria umanità.

Il primo impatto, fortissimo, con la sua produzione teatrale, è stato rappresentato per noi di Sul Palco dal “medley” di testi teatrali andato in scena questa estate, durante il festival del Teatro Marconi a Roma. Come si è instaurato questo vostro rapporto con il Teatro Marconi? E quanto è stato complesso lavorare con un gruppo di attori così ampio cercando le “cuciture” migliori tra testi diversi?

Abbiamo iniziato a percorrere il Teatro Marconi durante il Covid grazie alla straordinaria disponibilità del suo direttore artistico Felice Della Corte che ci ha dato una casa quando non ne avevamo una. La nostra sede era forzatamente chiusa. I teatri invece potevano ospitare attività di didattica. Abbiamo passato week end al Marconi a provare. E poi abbiamo iniziato a portare lì i nostri saggi/spettacolo. Sempre con grande ascolto e attenzione da parte del teatro.

Lavorare con gruppi numerosi è complesso ma è anche una risorsa: artistica, per la eterogeneità delle voci e dei caratteri, e umana, perché in Metis ciascuno mette a disposizione competenze diverse per un fine comune. Cucire insieme i testi non è stato difficile, più complessa è stata la scelta… cosa privilegiare da un materiale drammaturgico così denso? Avevamo già portato in scena tra il 2018 e il 2022 otto testi completi di Visniec: fosse stato per noi avremmo voluto farli tutti! Visniec era a Roma, lo incontravamo per la prima volta, desideravamo più di ogni altra cosa restituirgli tutta la bellezza che le sue parole ci avevano donato in questi anni, volevamo che fosse per tutti una epifania di rinascita. E così è stato. Il 22 giugno del 2022 è una data che portiamo nel cuore. È stata una festa.

Con “Lysistrata mon amour”, in autunno, avete avuto il privilegio – se non ricordiamo male – di lavorare su un inedito di Matei Vișniec. Come è stata questa esperienza?

Lysistrata mon amour è stata portata in scena in anteprima mondiale il 7 ottobre 2022 al Teatro Marconi. Visniec ci aveva parlato di questo testo pochi mesi prima, manifestando il desiderio che l’opera potesse essere tradotta e messa in scena dal nostro gruppo. In agosto il Professor Bruno Mazzoni, romenista e traduttore, tra i maggiori conoscitori della drammaturgia romena, ha tradotto per noi il testo: ci siamo trovati davanti questo materiale di straziante attualità, scritto da Visniec tra dicembre 2021 e febbraio 2022 quando i venti di una guerra imminente si sono fatti realtà. Le parole di Visniec, foriere di un presente ancora in essere, sono state per noi una bussola, una direzione, una lente di ingrandimento.

Più avanti avete portato anche al Teatro Marconi il magnifico “Riccardo III non s’ ha da fare”. Come vi trovate a operare su opere che, seppur attraverso il filtro dell’ironia così caro a Vișniec, ne incarnano così bene il disincanto a livello sociale e storico-politico?

Sono corde che ci appartengono. Amiamo la drammaturgia di Visniec proprio perché è capace di raccontare, di là da ogni retorica, l’uomo. Riccardo III non s’ha da fare è un testo immenso. Immenso come immensa è la biografia di Mejerchol’d, la sua vita, il suo percorso artistico, la sua fine: ucciso a 64 anni, nel carcere di Burki. Sepolto in una fossa comune. In questo testo Visniec che ha conosciuto da vicino il regime di Ceaușescu è stato capace di raccontare tutta l’assurdità, l’ottusità, la violenza dei totalitarismi, utilizzando come sempre una cifra stilistica che servendosi del surreale e del grottesco paradossalmente ci restituisce tutta la drammaticità della parabola di Mejerchol’d. Un uomo a cui in molti hanno voltato le spalle (la sua stessa compagnia, i suoi attori, e si veda a questo proposito il bellissimo e introvabile “L’ultimo atto” a cura di Fausto Malcovati) e che accusato dal regime di alto tradimento, si è trovato solo, senza nessuno a difenderlo. Solo con le sue parole.
E’ un tema caro a Visniec. Le parole. In Dello zerbino considerato dal punto di vista del riccio, Visniec fa dire al personaggio di Job: “Siate attente all’uomo mie care parole. Lampi di bellezza dell’animo umano (…) l’uomo non sarà mai solo, aiutatelo a capire, a guarire le proprie ferite, i dubbi, raccontategli delle favole, fatelo ridere, ridere guarisce la malvagità…

Per finire, a quali progetti stai lavorando attualmente? Abbiamo visto in cartellone al Teatro Marconi un altro spettacolo, “Le cose con porto con me” di Andreas Flourakis…

In questi giorni siamo al Teatro Marconi con una rassegna di testi interamente dedicata alla drammaturgia contemporanea. Accanto alla rilettura di testi classici, che pure amiamo moltissimo, in questi ultimi anni ci siamo dedicati alla ricerca sul contemporaneo. In questa rassegna portiamo in scena Rafael Spregelburd, Dennis Kelly, Michel Marc Bouchard, Joel Pommerat, Rebekka Kricheldorf e un inedito di Andreas Flourakis: “Le cose che porto con me” . Anche in questo caso il testo, tradotto per noi da Gilda Tentorio (vincitrice peraltro del Concorso Eurodrama per la sua traduzione di “Voglio un paese” altro testo di Flourakis che abbiamo portato in scena nel 2018) viene rappresentato per la prima volta in Italia. Con noi il 10 febbraio ci sarà anche l’autore, ospite al Teatro Marconi per l’occasione.

 

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