La nostra intervista con Jordi Penner

L’autore di “Pietre sommerse” ci racconta la genesi del corto

Nel settembre 2023 vi avevamo parlato con entusiasmo, su queste pagine, di un cortometraggio emotivamente molto intenso e decisamente ben girato, Pietre sommerse, scoperto durante Videocorto Nettuno. Successivamente avevamo anche intervistato il cineasta Jordi Penner, autore di questo e di altri lavori che ci erano piaciuti in passato. Purtroppo però proprio in quel periodo il nostro sito era finito offline per un brutale attacco hacker. I problemi sono risolti da tempo. E perciò ci sembra giunto il momento di riproporre sul sito una così ricca conversazione!

Per avviare questa nostra conversazione, Jordi, prenderei spunto proprio dalla “location” dei nostri incontri: Videocorto Nettuno. Tu che sei solito frequentare festival di cortometraggi, anche all’estero, come descriveresti le esperienze fatte a Nettuno nelle due edizioni cui hai partecipato, intendo il clima, la qualità delle selezioni, volendo anche i premi ricevuti? 

A Nettuno ho trovato un ambiente estremamente cordiale e accogliente dove la sincera passione per il cinema della coppia Elvio Calderoni e Giulia Bartoli crea un festival sincero e partecipato. La selezione nazionale è attenta e mai scontata con alcuni tra i migliori cortometraggi italiani in circolazione e scoperte inattese di autori che grazie a Videocorto Nettuno riescono a fare il primo passo in un mondo, quello del cinema, difficilissimo da approcciare. Elvio e Giulia hanno molto a cuore la partecipazione degli autori e dei professionisti coinvolti nelle opere in concorso. Le giurie, sempre di qualità, attirano attori, autori e non solo che hanno così modo di conoscersi stringendo importanti legami professionali che portano a collaborazioni fruttuose. Sicuramente è successo a me che durante la prima edizione ho conosciuto Giulia Grandinetti e Michael Schermi, rispettivamente casting director e attore protagonista del mio successivo lavoro. E’ stata poi Giulia che mi ha introdotto a Gabriele Falsetta, protagonista insieme a Michael in Pietre Sommerse che a Nettuno è risultato tra i film più apprezzati vincendo ben quattro premi, miglior regia, miglior fotografia, miglior titolo e Videocorto d’Argento. Nei tre giorni che abbiamo condiviso a Nettuno due anni fà tra proiezioni  serali, ristoranti e spiaggia abbiamo avuto modo di parlare di tutto, dal cinema alla filosofia e alle rispettive visioni del mondo, confrontandoci sui rispettivi percorsi e, non ultimo, sui film in concorso. Sono queste connessioni umane il valore più importante che un regista porta a casa da un festival secondo me. Sono rapporti professionali che poi possono durare una vita.
Anche all’edizione di quest’anno è scattata una scintilla. Ho fatto la conoscenza di Marcello Pedretti, sceneggiatore di grande professionalità e talento con il quale abbiamo deciso di mantenere i rapporti e chissà, magari collaborare anche su progetti futuri. Ci siamo già scambiati pareri sulle rispettive sceneggiature in cantiere e abbiamo in progetto di provare a lavorare insieme nei prossimi mesi.

Restando in tema di riconoscimenti, visto che due anni fa il tuo cortometraggio “Amore cane” aveva ricevuto un emblematico premio per la colonna sonora, cosa puoi dirci di come ami inserire la musica nei tuoi film? Del corto in questione ci avevano colpito non soltanto certi brani quasi ipnotici, ma anche il loro utilizzo molto espressivo e calibrato in sede di montaggio…

Ti ringrazio per i complimenti. Nel mio primo corto Amore Cane ho chiesto a una band di amici con la quale ho collaborato a vario titolo, i “The Bankrobber”, di comporre due pezzi a doc per la colonna sonora del film oltre ai diritti per utilizzare “Closer” al quale ero rimasto affezionato dalla mia prima vera regia, il video musicale che realizzai per quel pezzo. Sapevo che lo stile dei Bankrobber sarebbe stato perfetto e mi fidavo di loro avendo un lungo rapporto di collaborazione pregresso. Con loro ho partecipato a vari video musicali sia in regia (“Closer” e “Blood”) che precedentemente in altri ruoli (alla fotografia e come aiutoregista).
Il risultato è la colonna sonora premiata a Nettuno due anni fà che è poi diventata addirittura un vinile uscito in edizione limitata bianco marmorizzata.

Per Pietre Sommerse poi mi sono rivolto invece a un giovane compositore italiano che vive e lavora a Sofia, in Bulgaria, Francesco Marzola. Anche lui l’ho conosciuto ad un festival, il River Film Festival di Padova. Gli “pitchai” Pietre Sommerse e il giorno seguente mi mandò subito delle buone composizioni. Mi ha conquistato perché ho subito capito che c’era qualità, precisione e passione reale per il suo lavoro.
A settembre è arrivato un importante riconoscimento per il suo lavoro su Pietre Sommerse. Il film è stato infatti selezionato e nominato per miglior colonna sonora ad uno dei tre più grandi e importanti festival dedicati al suono e la musica per il cinema, l’ International Sound & Film Music Festival – ISFMF in Croazia dove saranno presenti diversi compositori e sound designer premi oscar in giuria. Sono molto felice per lui e sono sicuro che ha una lunga strada davanti a sé perché sa mettere la sua musica al servizio della narrazione.

Un altro elemento che ci aveva stuzzicato di “Amore cane” è naturalmente il modo di raccontare la crisi all’interno della coppia. Tra egoismi, sospetti e letali omissioni. Il tono da te scelto ci ha ricordato persino un po’ il cinema di Fincher. Cosa puoi dirci a riguardo?

Ti ringrazio per l’altissimo paragone. Spero un giorno di avere la possibilità di realizzare film dello spessore di quelli di Fincher ma il percorso è ancora lungo. Sicuramente è stato un regista che mi ha molto affascinato in adolescenza e ha ispirato il cammino verso la regia. tra i miei 16 e 23 anni lo citavo spesso tra i registi che più mi piacevano. Ora il mio gusto è cambiato molto. Sarà l’età o una più ampia conoscenza della storia del cinema e del panorama internazionale ma ora metterei altri autori in vetta alla mia classifica. Se dovessi rimanere in America ora citerei Aronofsky, in Asia Park Chan Wook o Wong Kar-Wai, in Europa Haneke o Ostlund ma anche grandi maestri del passato come Tarkovskij e Bergman hanno ancora da insegnare. In generale non credo nei “preferiti” ma sono in molti tra registe e registi che apprezzo e riescono a toccarmi nel profondo.

Parlando di Amore Cane ora direi che è dotato di un ritmo, una struttura narrativa e una frenesia nelle inquadrature molto diverse dall’estetica di Pietre Sommerse. In Amore Cane abbiamo girato quasi tutto in camera a mano, con una piccola e leggerissima macchina da presa, la Black Magic Pocket 4K. Era il mio primo progetto, non c’era praticamente un budget e sia in fase di scrittura che in produzione ho cercato di mettere davanti la fattibilità del progetto senza mai dimenticare, però, di creare un’estetica funzionale alla narrazione.
Il focus della storia era l’incomunicabilità nei rapporti interpersonali che è sicuramente un elemento in comune con il mio secondo lavoro e credo sia parte del mio linguaggio.
Mi interessano le dinamiche sociali tra persone molto vicine, che sia in famiglia, o in amore e amicizia.
Dopo il primo lavoro però ho capito che si ha un grande potere quando si fa un film e di conseguenza una grande responsabilità. Si può alterare il tessuto della realtà e per questo è bene cercare di migliorare il mondo. I temi dei miei futuri lavori saranno infatti più impegnati. Poi il cinema deve prima di tutto emozionare per me quindi tranquilli, non dimenticherò mai lo spettatore. E’ lo sguardo di chi guarda che completa il film. Senza di esso non ha motivo di esistere.

Attenzione per i dettagli e per inquadrature effettuate da prospettive inconsuete. Partitura molto serrata. Un montaggio alternato finale, dal timbro decisamente rivelatore. Volendo trovare un difetto a questo tuo corto, comunque teso e avvincente, tale limite potrebbe essere proprio il desiderio di porre in evidenza tutto un bagaglio tecnico e stilistico, almeno rispetto alla maggior compattezza dell’altro corto visto quest’anno a Nettuno. Vi era quindi da parte tua, in “Amore cane”, la volontà di esplorare le possibilità del linguaggio cinematografico da un gran numero di angolazioni?

Quando scrivo tendo a previsualizzare “live” il film, inquadratura per inquadratura. Nel caso di Amore Cane la shooting list, come si chiama in gergo, si andava formando scrivendo e non ho forzato alcuna scelta. E’ stata una sorpresa infatti sentire poi i commenti e le considerazioni di spettatori e critica. Spesso le persone trovano significati e analisi nel mio lavoro molto azzeccate alle quali io stesso, detto sinceramente, non avevo pensato. Il nostro bagaglio visivo e culturale, come registi, si riflette in ciò che facciamo ma ci vuole un percorso di maturazione per farlo con coscienza. Non c’era un intenzione di dimostrare il mio valore, o perlomeno a livello conscio. In effetti era la mia occasione per mettere in mostra un percorso di apprendimento molto lungo, dai fumetti letti da bambino agli anni di studi universitari a la gavetta come videomaker e sui set. Però non ci sono state scelte fatte coscientemente con l’intento di “impressionare”. La regia, come qualcuno ha scritto di quel film, è stata messa al servizio della storia. Volevo riuscire a concludere un mio primo corto al massimo delle mie possibilità ed è stata sicuramente l’esperienza più formativa della mia vita professionale fino a quel punto.

Nel secondo lavoro, preso atto dei risultati e dei feedback ricevuti, ho fatto ogni scelta dalla sceneggiatura alla messa in scena con molta più attenzione e coscienza dei miei mezzi. Ho capito che lo sguardo di spettatori, critici e selezionatori può essere molto raffinato e attento. Ogni dettaglio è importante e ogni frame una scelta. Credo e spero che ogni mio film sarà un passo avanti in questo senso.

Il discorso comincia a spostarsi verso “Pietre sommerse”. Pur avendo apprezzato entrambi i tuoi lavori, quest’ultimo ci è sembrato ancora più compiuto, incisivo, sia sul fronte narrativo che per l’omogeneità di un “mood” tanto introspettivo quanto plumbeo, stando anche a certe scelte fotografiche di notevole effetto. Come hai lavorato qui su tali aspetti?

E’ stato uno dei punti di partenza. Ero alla ricerca di immagini iconiche, significative, che potessero rimanere impresse nella mente dello spettatore che le vedesse per la prima volta su quella enorme tela che è il grande schermo. L’immagine che ha fatto scattare la scintilla per questa storia è stata il ricordo della ‘camminata’ il gioco che facevo da bambino correndo sul fondo del lago con una pietra tra le mani. Da li poi, analizzata la metafora che rappresentava, ho scritto quasi di getto la storia immaginando i quadri, il più possibile ampi, in un costante esterno giorno, che rendesse onore alla dimensione della tela con cui lavoriamo.
Mischiando ricordi a impressioni e emozioni avute lungo la mia vita riguardo a persone che hanno affrontato simili difficoltà il testo è stato scritto praticamente di getto.
Più volte ho cercato di riscrivere e migliorare la sceneggiatura ma sono poi tornato sempre a quella prima versione.
Le immagini erano già nella mia testa da quella prima stesura. Le ho descritte a due giovani storyboard artist, miei studenti, Riccero Giampiccolo e Zoe Copertino. Insieme a loro le abbiamo messe su carta.
Con Nicola Cattani (AIC) intanto discutevamo scelta di ottiche e macchina da presa. Ho messo giù un moodboard con diverse reference per mostrargli i colori che avrei voluto utilizzare. Fin da subito sapevo che volevo una giornata plumbea per avere luce morbida ad ampio raggio permettendomi di realizzare dei campi lunghi dove far perdere i personaggi. La fotografia fa parte integrante del mio bagaglio. L’ho insegnata a scuola e nei circoli fotografici trentini. Con Nicola c’è quindi sempre una comunicazione continua. Anche se credo di avere le idee chiare però poi lui riesce sempre a sorprendermi con un il suo sguardo raffinato capace di cogliere particolari invisibili al resto del mondo. È nell’attenzione al dettaglio e le più piccole sfumature che Nicola fa la differenza dimostrando un controllo fotografico del massimo livello. Un punto luce sul volto sbagliato può distruggere o fare l’immagine per lui e amo questa sua attenzione. Personalmente la caratteristica che amo in certe foto intimiste, sia di paesaggio che di ritratto è l’utilizzo di luce naturale morbida con colori desaturati e freddi che dà a tutto un certo gusto etereo e drammatico. Ho scelto infatti quell’estetica per Pietre. L’idea è piaciuta subito a Nicola che ha saputo rendere egregiamente nel suo lavoro.

Ambientando la storia in un luogo a me molto caro dove ho passato alcuni degli anni più importanti della mia vita ha reso la previsualizzazione molto semplice. Certo era una follia costringere l’intero set a girare solo se il cielo fosse stato nuvoloso ma sono stato molto rigido su questo punto perché conosco molto bene la location e sapevo che quello era periodo di annuvolamenti. Ho tranquillizzato la produzione dicendogli che in caso di sole avremmo girato i primi piani coprendo con butterfly o girando nell’ombra in modo da non perdere tempo. Ero disposto a girare solo all’alba e al tramonto per avere l’effetto desiderato. Sono felice di poter dire che se ne stiamo parlando è perché è andato tutto bene per fortuna.
Insomma molto prima di arrivare sul set composizioni, colori ed estetica fotografica erano chiarissime. L’ottima comunicazione con Nicola che è un amico oltre che il mio occhio e maestro della luce sul set, ha fatto il resto. Siamo arrivati sul set senza alcun dubbio che è molto importante per far filare liscia una produzione.

La singolare passeggiata sott’acqua è uno degli elementi più iconici, nonché metaforici del tuo breve racconto cinematografico. Tale immagine si lega anche a ricordi personali, giusto? E più in generale cosa ha significato per te girare il corto in luoghi che ti sono cari?

Si, è un gioco che facevo quotidianamente da piccolo e che insegnavo ad ogni nuovo amico che avesse il coraggio di provare. Amavo davvero stare in acqua. Passano le ore lì fino a quando le dita non erano così raggrinzite che mamme e nonne ci tiravamo fuori per le orecchie per costringerci a ossigenarci.
Fin da subito ho rifiutato l’idea di girare in piscina. La scena volevo fosse girata nello stesso posto dove facevo io la camminata. Tutti temevano che l’acqua sarebbe stata troppo torbida ma ho insistito e sono felice del risultato.

Girare in un luogo del cuore come la Val di Ledro, e in particolare nel campeggio dove sono cresciuto è stata per me una gioia immensa. Non so come spiegare la sensazione. Era come rendere immortali, almeno per me, quei luoghi che mi hanno dato così tanto. Un modo per rendergli onore e abbracciarne la memoria.
Qualcuno dirà che l’atmosfera è molto cupa per fare un discorso del genere ma risponderei che non si può capire la sensazione di immortalare come sfondo di una propria opera luoghi a te così vicini. Immagino che mio nonno quando passava le giornate a dipingere paesaggi che poi rivendeva nel suo atelier di Limone sul Garda o in quello di Ledro, provava qualcosa di simile nel fissare un momento nel tempo dei suoi luoghi del cuore, triste o allegro che fosse il dipinto.
L’insieme di memoria e affetto generano secondo me un potere autentico che arriva dritto allo stomaco dello spettatore. Poco importa se il lato drammatico della storia non è invece mio ma un mix di esperienze di persone a cui sono stato molto vicino.

“Pietre sommerse” trasuda autenticità anche per le ottime prove attoriali. Come si sono sviluppati il casting e l’interazione dei protagonisti sul set?

Come detto sopra mi ha aiutato moltissimo Giulia Grandinetti. È stata lei a propormi tra gli altri i nomi di Gabriele e Michael.
Prima di girare ci siamo trovati a Roma, in un piccolo teatro in zona Pigneto che gestiva Michael dove abbiamo fatto le prove come si fa per uno spettacolo teatrale. È stata una sessione fondamentale per la riuscita del film.
Gabriele e Michael hanno dimostrato una grandissima professionalità arrivando con testo e interpretazione già molto chiare in partenza. Ci siamo seduti e abbiamo riscritto alcune battute per renderle più fluide. Pochi aggiustamenti necessari. Poi abbiamo provato. La prima prova andava bene ma mancava quella connessione fraterna tra i due personaggi. In fondo Gabriele e Michael non avevano mai lavorato insieme. Giulia allora mi ha mostrato una tecnica per far funzionare la scena che credo riutilizzerò per sempre. Ha chiesto a Michael e Gabriel di interpretare la scena mostrando con plateale espressione del corpo all’altro attore cosa sta provando il proprio personaggio a quel punto del dialogo per poi ricominciare da zero con l’interpretazione “normale”. È stato magico perché tutto d’un tratto funzionava ogni cosa.
In quel momento ho deciso che avrei imparato tutte le tecniche di recitazione possibili io stesso e mi sono iscritto a un corso di teatro che tutt’ora frequento. Mettermi di fronte alla macchina da presa e sul palco io stesso al servizio di una regista o un regista sta aiutandomi moltissimo e credo mi faccia fare giganteschi passi avanti nella direzione degli attori.

Comunque dopo le prove ci siamo sentiti ancora un paio di volte e arrivati sul set avevamo tutto chiaro. Non c’è stato bisogno di grandi modifiche a quello che avevamo stabilito precedentemente. Mi sono commosso più volte sul set. Gabriele e Michael mi hanno fatto dono di interpretazioni magistrali. È stato difficile in montaggio scegliere i take migliori. Erano quasi tutte buone.

Un’altra scelta narrativa che ci è piaciuta è il puntare alle ellissi del racconto, al non detto, alla volontà di riassumere il trauma infantile che lega i protagonisti attraverso flashback secchi e rapidi, senza ridondanti spiegazioni. Sei partito subito con questa idea e con questo tono, in sceneggiatura?

Il dialogo e la memoria subacquea erano quelli che avete visto fin dalla prima stesura.
C’era già tutto. Chiusa la sceneggiatura praticamente di getto sentivo però che mancava qualcosa, forse un dettaglio per dare forza al progetto. Un giorno mi è venuta l’idea di inserire un’immagine, un’unica immagine ossessiva che avrebbe però cambiato l’intero peso delle parole pronunciate dai personaggi. Ho aggiunto quindi il flashback della pancia e l’intera sceneggiatura ha cambiato di segno. Ho sentito una specie di “click”. Ho fatto leggere la nuova stesura a produttore e collaboratori. L’apprezzamento è stato unanime e abbiamo deciso che eravamo pronti per finanziare il progetto.

Per finire, dopo i consensi raccolti dai tuoi cortometraggi, stai già pensando ad altri lavori, brevi o lunghi?

Grazie per la domanda. Ho già pronto il progetto per un cortometraggio a tema eutanasia dal titolo Petali che è in fase di finanziamento.
L’apprezzamento degli addetti ai lavori per Pietre sommerse poi ha nel frattempo portato a diverse proposte di collaborazione con altri sceneggiatori, registi e produttori. Ho diverse idee ma ne sto portando avanti due in particolare. Entrambi sono progetti di lungometraggio di cui spero potrò parlare l’anno prossimo. Dita incrociate. Intanto vado avanti a insegnare ai miei giovani studenti e porto avanti i progetti di scrittura che più mi appassionano.

Written By
More from Stefano Coccia
L’uomo della scatola magica
Su Amazon Prime Video il premiato mix di Orwell 1984 e Ai...
Read More
0 0 votes
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments