LE COSE CHE PORTO CON ME

Al Teatro Marconi un testo del greco Andreas Flourakis, ancora inedito in Italia, messo in scena da Metis Teatro

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Le cose che porto con me
Di Andreas Flourakis
Regia Alessia Oteri
Compagnia Metis

Con Massimo Angelucci, Sabrina Attanasio, Eleonora Citracca, Valentina Cristini, Mena Di Siena, Francesco Meriano, Sabrina Ottaviani, Maria Parente, Marco Monti, Sara Pecoraro, Antonella Pulcini, Enzo Santoro, Marco Tuccinardi
“Fuori abbonamento”

INTRO: Il testo ancora inedito in Italia ha debuttato ad Atene nel 2016 e pochi mesi dopo al Royal Court Theatre di Londra e nasce da una premessa e dall’urgenza di rispondere a una domanda: il grande flusso migratorio che obbliga milioni di esseri umani a lasciare il proprio Paese in crisi – solo nel 2015 circa 800.000 rifugiati sono arrivati nelle isole greche – muove persone e insieme cose. Cose che devono necessariamente entrare in una valigia, portate via in fretta o scelte – nella migliore delle ipotesi – con cura, nella speranza di sopravvivere o tornare, ricostruire una nuova vita in un Paese che non è il proprio, oppure portate con sé unicamente per lo stretto necessario. Fotografie, oggetti minuti, chiavi di casa…Cose che acquistano un significato ben più profondo del loro effettivo valore. Scrive Andreas Flourakis : “Poco prima che questo spettacolo fosse commissionato dal Royal Court Theatre, ero andato a visitare Lesbo, un’isola molto vicina alle coste della Turchia, attraverso la quale passa la maggior parte degli immigrati, soprattutto siriani, diretti in Europa e in Occidente. Mi sono recato in diversi luoghi legati agli immigrati e al Centro di Accoglienza e Identificazione (RIC), nel tentativo di comprendere questa situazione di recente sviluppo. In una discarica ho trovato valigie, aperte e buttate, che appartenevano a immigrati derubati, e tutt’intorno giacevano vestiti di bambini, fotografie di antenati e vari oggetti personali che, anche se apprezzati dagli immigrati, erano considerati solo spazzatura dai ladri”. Qual è il valore e l’importanza delle cose? Qual è il valore e l’importanza delle cose nelle diverse culture? Che significato hanno le stesse cose per persone diverse? Quale logica spinge le persone a portare con sé determinate cose e a lasciarsi alle spalle tutto il resto?

Durante la preparazione del testo, Flourakis affida ad un piccolo campione di cittadini greci, tra cui sua figlia di 10 anni, un esperimento, chiedendo loro di scegliere le cose che porterebbero con sé qualora fossero costretti a lasciare improvvisamente il paese. Il materiale drammaturgico nato da questa performance confluisce in parte nel Testo aprendo ad una riflessione più ampia: non si tratta semplicemente di spostare la prospettiva (gli altri potremmo essere noi) ma di sentire al di là di qualsiasi retorica quanto lacerante e drammatica sia la situazione di profugo. Il generico e l’impersonale si fanno storia coniugata in prima persona: dentro ogni valigia, dentro ogni cosa portata con se, non c’è un’umanità indistinta e senza nome, c’è la singolarità di un individuo, la sua biografia. Lo stesso Flourakis confessa di essersi trovato più volte a pensare di dover lasciare la Grecia, attraversata come è noto da molteplici ondate di crisi economiche e sociali. Un testo poetico, profondo, a tratti surreale e con punte di leggerezza, che Flourakis affida ad una polifonia di Voci: coro moderno di uomini e donne che come nell’antica tragedia rappresentano quella comunità in cui potersi rispecchiare per comprendere meglio il presente. Si tratta del secondo testo che MetisTeatro, che da alcuni anni affianca allo studio dei classici la ricerca sulla drammaturgia contemporanea, porta in scena di Andreas Flourakis. Già nel 2018 Metis aveva messo in scena “Voglio un paese” nella traduzione di Gilda Tentorio (testo vincitore del concorso Eurodrama). Quando si deve lasciare improvvisamente il proprio paese – e forse anche per sempre – che cosa si porta con sé? Una fotografia, una giacca, un fischietto?

BREVE NOTA CRITICA

10 febbraio 2023 – Dopo il rumeno Matei Vișniec, un altro drammaturgo europeo di spessore si è palesato al Teatro Marconi, grazie alla mediazione culturale sempre più propositiva, illuminata e accorta di Metis Teatro.
All’interno di una rassegna di spettacoli perlopiù inediti, che sotto la denominazione “Contemporanei” è rimasta in cartellone addirittura una settimana, mossi da grande curiosità abbiamo voluto privilegiare il testo del greco Andreas Flourakis, “Le cose che porto con me“, da cui per vari motivi ci si era sentiti particolarmente ispirati. E alla prova del nove non ne siamo affatto pentiti.

Ancora una volta le intuizioni registiche di Alessia Oteri sono riuscite ad aprirci nuovi orizzonti, a partire dalla scelta del testo che si è voluto mettere in scena: ne  “Le cose che porto con me“, vi è innanzitutto quella coralità, quella molteplicità di punti di vista, che il così affiatato gruppo di attori da lei coordinato sembra prediligere sempre: al punto di fare emergere qui in chiave paradossale, attraverso incalzanti scambi di battute tra i diversi personaggi sul palco (apparentabili per certi versi a una sorta di “coro tragico”), tutte le incertezze esistenziali che caratterizzano il presente di un’Europa sempre più in crisi, sempre più in affanno.
Sono greci contemporanei, i protagonisti, dalle cui affilate parole si profila una visione meta-storica disincantata, inquieta riguardo agli sviluppi dell’immediato futuro, timorosa nei confronti di un nuovo, possibile sradicamento. E nelle pieghe del discorso affiora anche qualche amara ironia, rivolta al concetto di “democrazia” rivisitato con una certa sconsolatezza, sia quale retaggio antico di tale paese, sia come suo pallido riflesso in una società greca di oggi scossa ormai nel profondo. Si tratti dei fenomeni migratori che lambiscono le coste dell’Egeo, come pure della perduta stabilità economica e di un ordine interno sempre più precario.

Come in altre occasioni, dinamiche, intense e appassionate ci sono parse le interazioni tra gli interpreti di Metis Teatro, con qualche siparietto ad accentuare il timbro paradossale e straniante della situazione descritta, una situazione di transito piena di incognite. A proposito di figure in transito, allo spettacolo era presente l’autore stesso, Andreas Flourakis, che ci ha confessato tra l’altro candidamente d’aver visitato Roma per la prima volta. Speriamo di vederlo più spesso qui, assieme alle sue opere!

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